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    L’essenza di quello che facciamo

    L’essenza di quello che facciamo

    La luce monocromatica gialla in una stanza, annulla i colori in quanto non c’è nessuna luce bianca che li faccia percepire. […] In una delle mie prime mostre c’era un’enorme stanza gialla in cui i visitatori potevano guardarsi le mani e dire: “I colori sono spariti!”. È evidente che l’assenza del colore ci fa concentrare meglio

    La luce monocromatica gialla in una stanza, annulla i colori in quanto non c’è nessuna luce bianca che li faccia percepire. […] In una delle mie prime mostre c’era un’enorme stanza gialla in cui i visitatori potevano guardarsi le mani e dire: “I colori sono spariti!”. È evidente che l’assenza del colore ci fa concentrare meglio su tutto il resto. Vediamo “di più”. Ma il direttore del museo mi disse: “Non vorrai renderla semplicemente una stanza vuota e gialla!” Mi stava praticamente supplicando. 
    “Non possiamo almeno mettere una rosa rossa sul pavimento cosicché guardandola si accorgano che non è più rossa?”

    E io gli risposi: “No! Perchè a quel punto la protagonista sarebbe la rosa rossa!” 

    A volte siamo ossessionati dal COME e perdiamo di vista il PERCHÈ facciamo ciò che facciamo. 

    Olafur Eliasson

    Questo piccolo episodio, vissuto da un grande artista / designer europeo mi ha fatto riflettere sul senso che dovremmo dare a tutto quello che facciamo. 

    Mi sembra che a volte la tecnologia e le possibilità che oggi abbiamo ci diano l’illusione di “onnipotenza”, quella sensazione che ci fa credere di essere in grado di offrire al prossimo qualcosa di bello soltanto tramite strumenti e cose che aggiungiamo all’essenza. 

    Siamo talmente abituati ad aggiungere cose su cose che ci dimentichiamo quanto potente e importante sia quello che si cela sotto l’essenza

    Preferiamo l’apparenza alla sostanza. 
    Questo accade perché forse l’essenza ci fa paura. 
    Abbiamo paura delle cose semplici perché crediamo siano “povere”. Abbiamo paura del poco perché crediamo sia insufficiente. 

    La musica non sarebbe più tale senza le pause. 
    Un testo non sarebbe più tale senza alcuno spazio tra il tratto di ogni lettera. 

    Quanto abbiamo bisogno di tornare alla semplicità delle cose!

    Ricordo la prima volta che da bambino mi fecero pazientemente assaggiare una pezzo di pane appena sfornato e un filo di olio d’oliva sopra. 

    Erano due cose spesso presenti in quello che mangiavamo, ma questi due sapori erano talmente coperti da tutto il resto da non lasciare spazio all’essenza. 

    Ricordo che fu una sensazione bellissima. Assaporare l’olio il cui sapore si intrecciava in modo quasi miracoloso con il pane fu un’esperienza che non dimenticherò. Fu qualcosa di memorabile. Ero arrivato all’essenza di quei due elementi, ed erano deliziosi. Non c’era bisogno d’altro. 

    Lasciamo “lavorare” la semplicità e l’essenza primaria delle cose. 
    Impegniamoci a ricercare sempre e comunque il motivo primario, la radice di tutto quello che facciamo. 
    Questo ci libererà dall’affanno di dover per forza fare qualcosa in più, aggiungere qualche elemento, aumentare il volume, ingombrare i nostri spazi o riempire il mondo di inutili parole che soffocano i silenzi e confondono le parole inutili con quelle importanti.

    Sono convinto che le nuove idee partono da una completa consapevolezza di quale sia l’origine del nostro “fare”, la radice, il motivo principale, il protagonista vero. 

    Quando ci concentriamo su quello che sta alla radice, ci liberiamo da ogni distrazione. L’attenzione verso l’essenza in un certo senso ci “eleva” verso qualcosa di più profondo e significativo.


    Quando lo individuiamo non avremmo bisogno di aggiungere “rumore” intorno. Quasi tutto sembrerà superfluo e a tratti ridicolo oltre che disturbante. 

    L’essenza delle cose non ha bisogno di essere spiegata all’infinito, accompagnata, decorata, “pompata”, enfatizzata. 
    Essa ha già vita in sè, è l’UNICA in grado di lasciare un segno indelebile. 

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