Il disegno di legge Cirinnà bis è approdato per la prima volta al senato lo scorso 14 novembre, e prevede per la prima volta una forma di riconoscimento per le coppie omosessuali. Non sono mancate le polemiche, e i rappresentanti del Nuovo centrodestra hanno già annunciato la loro richiesta di voto segreto. Intanto si alza la voce dei senatori cattolici, anche in forza al Pd, che si oppongo ovviamente alla legge.

 

Quest’ultima fa riferimento sia alle unioni civili tra due persone dello stesso sesso, sia al riconoscimento della convivenza di fatto, indipendentemente dall’omosessualità o eterosessualità della coppia. Occorre essere maggiorenni per fare richiesta di unione civile, e ovviamente non impegnati in un matrimonio ancora in corso. Tale unione sarà impedita a persone imparentate o riconosciute non in grado di intendere e volere. Come per i matrimoni ad oggi riconosciuti, per annullare tale unione occorrerà passare attraverso il processo del divorzio e, elemento che ha già generato aspre discussioni, nell’articolo 5 si prevede la possibilità di adottare la figlia biologica del partner. Non si fa riferimento a una libera adozione per le coppie omosessuali ma, nel caso di adozione da parte di un singolo membro della coppia, presenza di figli frutto di precedenti rapporti o ricorso a un utero in affitto in altri paesi, si conferirà la possibilità di non risultare un perfetto estraneo per la progenie. Ecco a cosa si fa riferimento quando si parla, come spesso è avvenuto nelle ultime settimane, di step child adoption.

 

Sul fronte del riconoscimento della convivenza di fatto, risulta importante invece sottolineare come i membri della coppia potranno usufruire degli stessi diritti dei coniugi legati dai voti matrimoniali in caso di condanne carcerarie, malattia o morte (in questi ultimi due casi i conviventi possono liberamente scegliersi come rappresentati). In caso di morte, qualora la casa in cui i conviventi vivono sia di proprietà di uno soltanto dei due, i superstite potrà restarvi per ulteriori due anni o per il periodo della convivenza (qualora questa abbia superato i 2 anni), ma non per un periodo superiore ai 5 anni. Inoltre il superstite potrà sostituirsi sul contratto d’affitto e, in caso di presenza di figli, restare nell’abitazione per tre anni. Sarà inoltre possibile stipulare un contratto di convivenza, consentendo di regolare questioni patrimoniali in corso. Qualora tale contratto dovesse essere sciolto, un giudice potrà decidere di riconoscere a uno dei conviventi il diritto agli alimenti, proporzionato alla durata della convivenza.

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