Un crimine di guerra, ecco come Medici senza frontiere si è espressa sul bombardamento messo in atto nella città di Kunduz da parte di Stati Uniti e Afghanistan, provocando ben 22 morti. Non è bastata una telefonata da parte dell’associazione per chiedere di interrompere l’azione militare, che è continuata per quaranta minuti a partire dalle ore 2.15 del 3 ottobre scorso.

Per quanto conti in situazioni drammatiche come queste, nessun cittadino italiano era presente nella struttura, e al momento il conto delle vittime prevede 12 dipendenti di Msf e 10 pazienti.

Torniamo però alla definizione di questo atto come un “crimine di guerra”. Msf non ha pronunciato a cuor leggero tali parole, ben sapendo il peso che potrebbero avere. Si è basata però sulle dichiarazioni rilasciate poche ore dopo il bombardamento dal ministro della difesa afgano, che ha sottolineato come i taliban sfruttassero la postazione per prendere di mira civili e forze militari afgane. Interpretando la sua posizione come quella ufficiale del governo, è facile dedurre che il bombardamento non sia stato frutto di un errore, bensì di un’azione militare studiata e programmata con largo anticipo.

Studiando le strategie dei taliban, è risultato chiaro che Kunduz fosse strategicamente fondamentale per loro e, dopo averla posta sotto un controllo quasi totale lo scorso settembre, si è deciso di intervenire, supponendo la loro presenza anche all’interno della struttura. Msf nega la possibilità che ci fossero taliban tra loro e intanto Brian Tribus, portavoce della Nato a Kabul, ha ammesso che l’ospedale possa essere stato colpito come effetto collaterale. Anche in questo caso dunque sembra evidente come un’azione militare sia stata studiata e messa in atto, mettendo in conto la possibilità di colpire un ospedale e uccidere dei civili.

Allo stato attuale tutti i dipendenti hanno lasciato l’ospedale, mentre molti medici stanno tentando di continuare a fornire le cure necessarie all’interno delle cliniche vicine.

In merito si attendevano le dichiarazioni ufficiali di Barack Obama, che ha preferito però evitare di giungere a conclusioni avventate, preferendo attendere gli esiti di un’inchiesta ufficiale del Dipartimento della Difesa USA.

 

 

 

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