CINEMA È VITA – TU RIDI 

A cura di Miriam Girardi

Tu ridi del 1998, ben quattordici anni dopo il film Kàos già citato in un precedente articolo, è un film di Paolo e Vittorio Taviani. L’opera vede i due registi per la seconda volta affrontare una trasposizione cinematografica di una novella di Luigi Pirandello.

Il protagonista Felice è interpretato da Antonio Albanese, mentre gli altri interpreti sono Sabrina Ferilli e Turi Ferro solo per citarne alcuni.

In Tu ridi non domina un mondo rurale e contadino come in Kàos, ma invece una collocazione urbana e moderna.

Le novelle presenti nel film sono essenzialmente due.

La cattura, un testo del 1918, è il modello del secondo e ultimo episodio del film e costituisce la principale fonte del suo primo episodio, intitolato Felice, dal nome del protagonista con cui viene ribattezzato il signor Anselmo del modello pirandelliano, un modesto impiegato con un passato da affermato cantante lirico, costretto a lasciare il palcoscenico per motivi di salute che viveva nella Roma degli anni trenta.

Il finale dell’episodio è dei più tristi, infatti finisce con il suicidio del protagonista Felice, recatosi al mare proprio con il proposito di annegarsi, questo finale è ripreso dai registi da una novella risalente al 1896 Sole e ombra.

Domina la scena la rappresentazione di una modernità brutale e alienante e seppur collocata negli anni trenta risulta molto attuale come tematica.

Il progetto dei Taviani è quello di creare effetti di distonia e contrasto come si può notare già nella scelta di modificare il nome del protagonista: il neutrale Anselmo diviene un assurdo e inadeguato Felice, viste le scarse occasioni di felicità a lui riservate.

Felice ogni notte viene preso da un attacco di riso così forte che non fa dormire nessuno. La scena che colpisce lo spettatore è il sogno di Felice.

Lui sogna di veder cadere un suo collega e nello stesso istante scoppia in una risata fragorosa.

I colori del suo sogno sono vivi, carichi e donano serenità, l’opposto della sua vita normale di tutti i giorni, grigia e triste, per niente felice come il suo nome.

Il tema centrale è quello del ridere, quello del riso notturno, inconsapevole e involontario, che nell’epica classica è uno dei maggiori segnali che indicano la sconfitta e la perdita di equilibrio interiore.

Il riso del protagonista Anselmo-Felice è determinato da una natura benigna che come scrive Pirandello:

«Lo compensava e gli ristorava inconsapevolmente l’animo».

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