Gli effetti psicologici della disoccupazione, in particolare per quanto riguarda la perdita del proprio ruolo sociale. “Bisogna parlarne di più”, poichè il senso di vergogna che le persone licenziate o senza reddito provano per la propria condizione e gli effetti negativi che questo tormento non condiviso ha sulla loro stabilità.
Qualche dato
Nel 2009 il tasso di disoccupazione, in Italia, ha sfiorato i 9 punti percentuale e nel primo trimestre dell’anno l’INPS ha visto crescere del 45 per cento le domande di indennità di disoccupazione. Una fotografia per difetto, se si considera che molte persone che lavorano come liberi professionisti, con contratti a termine o con altre forme di contrattualizzazione atipica possono non rientrare nelle statistiche.
A trovarsi a casa, da un giorno all’altro, sono soprattutto i giovanissimi (sotto i 25 anni) e la fascia di età tra i 40 e i 55 anni, i più penalizzati nel momento in cui desiderano reinserirsi nel mondo del lavoro.
Il primo pensiero, parlando di disoccupazione, va alla mancanza di una fonte sicura di reddito ma non è questa l’unica conseguenza: la perdita del proprio ruolo di elemento attivo della società ha ricadute importanti e a volte superiori a quelle della mancanza di denaro, come dimostrano le più recenti ricerche in materia. “I primi studi sugli effetti sociali e psicologici della disoccupazione sono stati condotti tra le due guerre mondiali del secolo scorso e il loro focus era centrato solo sul rischio di povertà, specie di povertà estrema: si dava poco peso all’aspetto identitario del lavoro”,frutto di una ricerca multicentrica effettuata in diversi Paesi della EU per misurare gli effetti della perdita del posto. Oggi sappiamo che gli aspetti psicologici e sociali sono fattori che determinano, a volte in modo assolutamente consequenziale, la possibilità di rientrare nel ciclo produttivo.
La rappresentazione di sé
Dal punto di vista della psicologia sociale, l’individuo tende a costruire una rappresentazione di sé basata sui ruoli che sente propri e, in base a questi, sviluppa la sicurezza che gli consente la corretta integrazione sociale. La perdita del lavoro inciderà quindi su ambedue gli aspetti: il ruolo sociale e l’autostima.
Non è difficile trovare on line gli sfoghi di chi si ritrova, da un giorno all’altro, senza nulla da fare. Ci sono operai, per esempio, che per un po’ tornano tutte le mattine al bar davanti alla fabbrica, salvo gettare la spugna quando il rituale diventa troppo carico di rimpianti.
Il sindacato e i comuni, a volte, mettono in piedi servizi di supporto psicologico per affrontare la precarietà, ma anche il vuoto e la perdita di ruolo. E questa perdita inficia anche le capacità dell’individuo di cercare una via d’uscita, specie in frangenti economicamente difficili come quelli che stiamo vivendo. Ciò non dipende necessariamente dall’incarico che ricoprivano in precedenza, perché accade all’imprenditore che deve chiudere l’azienda come all’operaio o al commerciante. Anche se, ovviamente, la componente identitaria è maggiore in chi non riesce a immaginarsi in un altro ruolo se non in quello che ha perso. E questa sorta di “immobilismo” del ruolo lavorativo, l’incapacità di immaginarsi impegnati in qualcosa di totalmente diverso e nuovo è uno degli ostacoli che gli psicologi del lavoro tentano di rimuovere quando una persona fatica troppo a reinserirsi.
È il caso, soprattutto, di dirigenti e liberi professionisti che, dicono le statistiche, non riescono ad accettare di cambiare tipo di lavoro e sono più portati a vivere con depressione l’improvviso vuoto quotidiano, fino a negarlo, con se stessi come con gli altri.
Il ruolo del welfare
“Non esiste un legame deterministico tra disoccupazione e altre dimensioni dell’esclusione sociale” forte dei dati della ricerca proveniente da una decina di Paesi europei. “L’impatto sulla persona e sulla percezione di sé deriva da differenze culturali e istituzionali, in particolare dal supporto familiare e dal sistema di welfare esistente”. Secondo l’indagine condotta dal suo gruppo, nel Nord Europa, dove il welfare funziona, la marginalizzazione del disoccupato non deriva da improvvisa povertà (perché i sussidi pubblici lo sostengono) ma, appunto, dalla perdita del ruolo e dalla sensazione di essere un “peso” per gli altri. Nell’Europa del Sud, invece, il sistema familiare protegge maggiormente il benessere psicologico di chi ha perso il posto, ma la mancanza di paracaduti materiali rende le preoccupazioni quotidiane paralizzanti.
Con la crisi globale, questo atteggiamento di auto-colpevolizzazione è duro a morire: “Se chiude una fabbrica o un’azienda, in Europa, i lavoratori protestano, bloccano il traffico, piantonano i cancelli.
Una rete di welfare efficiente consente anche di fare i conti con la realtà. “Uno dei problemi che hanno i disoccupati che ricoprivano incarichi prestigiosi o che godevano di autonomia intellettuale, è la difficoltà di adattare le proprie aspettative alle mutate condizioni economiche. Chi fa tutto da sé può trovare frustrante, alla fine, scoprire che un posto come quello che ha lasciato non esiste più e che quindi bisogna accettare di puntare più in basso o di cambiare completamente ambito lavorativo. Un buon ufficio di collocamento aiuta a fare questo percorso senza sentirsi sminuiti”.
Si può essere felici accettando un lavoro al di sotto dei traguardi raggiunti in precedenza? penso di si, purché si viva ciò come un’opportunità di risalita oppure, semplicemente, come un passaggio, in attesa di tempi migliori. “Quel che non si deve fare è stare a casa se c’è l’opportunità di lavorare”.
Le fasi della disoccupazione
Nel primo periodo si manifesta un rifiuto della nuova realtà: l’individuo stenta a credere di aver perso il posto e si dice che, in un modo o nell’altro, ne verrà fuori. Segue un periodo di pessimismo, quando dopo vari tentativi non compare all’orizzonte nessuna nuova possibilità di lavoro. È in questo momento che l’individuo comincia a dubitare: forse non ne verrà mai fuori. Infine compaiono rassegnazione e ripiegamento su se stessi, chiari sintomi depressivi. L’individuo si riconosce nel ruolo di disoccupato cronico e si sente spacciato: è finita, non ne verrà mai più fuori. Questa fase si instaura in genere dopo una media di nove mesi di disoccupazione e richiede l’intervento di uno psicologo del lavoro o la partecipazione a un corso di formazione professionale il cui scopo, in genere, è quello di facilitare la conoscenza di se stessi e delle proprie aspirazioni, acquisire nuove competenze professionali e imparare a elaborare un progetto professionale efficace.
Differenze tra i sessi
Dicono le statistiche che, in tutta Europa, l’ultima ondata di licenziamenti ha colpito più gli uomini delle donne, perché queste ultime, in media, pesano meno sui bilanci delle società e ricoprono ruoli intermedi ed esecutivi. Questo ha fatto crescere le coppie in cui i classici ruoli di genere sono invertiti: lei manda avanti la famiglia, lui è a casa. Mediamente l’uomo guadagna più della donna, la mancanza del suo stipendio si fa sentire anche nei casi più fortunati, e richiede sacrifici come la disdetta dell’asilo nido o della baby sitter per i figli, oppure la rinuncia alla badante per i genitori. L’uomo, di colpo, si trova a dover gestire la casa e la famiglia, senza essere preparato. E non può neanche contare sulla comprensione della compagna, che spesso non vede dove sta il problema: quando accade l’opposto, pare normale a tutti che la donna stia a casa per favorire l’equilibrio economico della famiglia.
Portare il denaro a casa è un elemento fondante dell’identità maschile, che anni di educazione alla parità dei ruoli hanno scalfito solo in parte: va bene condividere le responsabilità lavorative e persino quelle casalinghe, ma invertire i ruoli è ancora molto conflittuale.
La disoccupazione è un dramma per tutti, non solo dal punto di vista economico ma anche psicologico. Il lavoro è correlato allo status sociale di una persona e costituisce la base sulla quale immaginare il proprio futuro. Le donne sono forse più protette dalla depressione e dalla perdita di autostima grazie alla possibilità di definirsi casalinghe, ma questo non cambia la realtà. Se non è una scelta volontaria, stare a casa, per un uomo come per una donna, è perdere una parte di sé.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome