Nella giornata di ieri la televisione di stato iraniana ha annunciato la condanna di Jason Rezaian, giornalista de Washington Post, in carcere da luglio del 2014. Arrestato insieme a sua moglie, una giornalista in seguito rilasciata su cauzione, Rezaian è stato tenuto in isolamento per tutto questo tempo nel carcere di Evin (massima sicurezza).

 

Lo scorso 26 maggio ha avuto inizio il processo, che si è interamente svolto a porte chiuse. Il legale di Rezaian, Leila Ahsan, non ha potuto divulgare alcuna informazione in questi mesi. L’unica news fuoriuscita dall’aula di tribunale è quella diramata dalla tv di stato, il cui annuncio non ha però offerto alcuna specifica in merito ai dettagli della sentenza.

 

Contro Rezaian era stata mossa un’accusa di spionaggio, che potrebbe portare fino a una pena di 20 anni di reclusione. Si procederà ovviamente alla richiesta d’appello, che il suo avvocato potrà presentare entro venti giorni dalla sentenza.

 

Martin Baron, direttore del Washington Post, ha pubblicato sul proprio sito un comunicato in difesa di Rezaian, definendolo estraneo a ogni accusa: “La condanna rappresenta un’oltraggiosa ingiustizia. Il comportamento dell’Iran è stato vergognoso, con un procedimento svolto in segreto, privo di alcuna prova d’illecito. Stiamo lavorando per procedere con un immediato appello, e ci aspettiamo che l’avvocato di Jason richieda il suo rilascio su cauzione in attesa della risoluzione del caso”.

 

 

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