In merito al Safe harbor si è espressa la corte di giustizia dell’Unione europea, dichiarandolo non valido. Quando si parla di Safe harbor si fa riferimento a un trattato che consentirebbe alle aziende statunitensi a carattere tecnologico di immagazzinare i dati provenienti dagli utenti europei. Stando a quanto stabilito, ciò violerebbe il diritto alla privacy dei cittadini facenti parte dell’Unione.

 

Detto che è impossibile presentare un’istanza di ricorso contro una sentenza della corte di giustizia, il lavoro di aziende come Apple, Facebook, Google e molte altre si è ufficialmente complicato, con il risultato di creare uno scontro tra governi europei. Se Francia e Germania infatti si sono dette a favore di metodi più restrittivi per salvaguardare la privacy dei propri cittadini, non sono dello stesso avviso, tra gli altri, Irlanda e Regno Unito, spesso scelti dalle aziende statunitensi come sede legale europea.

 

Almeno per il momento però, come sottolineato da Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, nulla cambierà. La situazione resterà la stessa, con dunque un fitto trasferimento di dati, fino alla firma di un nuovo trattato, che stabilirà un nuovo regolamento. Questo esplicherà delle innovative linee guida per i vari governi responsabili della protezione della privacy.

 

Un caso spinoso che ha avuto inizio in seguito alla denuncia di uno studente austriaco 27enne, Max Schrems, che ha intentato causa contro Facebook, sostenendo che il colosso di Zuckerberg abbia manipolato i dati di milioni di cittadini europei nel momento in cui ha deciso di collaborare a Prism, il programma dell’Nsa che ha scatenato il caso datagate.

 

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