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Gennaro Manna il Guru della casa della musica e della cultura (Teatrotenda Palapartenope), ha festeggiato alla grande i suoi primi 80 annicon un grande affetto è successo.

Rino Manna una persona con una intelligenza spiccata e con un grande intuito per il business. È un imprenditore a tutto tondo ed impresario teatrale un sognatore molto determinato, che 43 anni fa immaginò un luogo dove ospitare i grandi eventi, partendo da una piccola struttura in viale Augusto per approdare rapidamente in via Barbagallo in Fuorigrotta.

Per il suo compleanno, 80 anni portati magnificamente come un ragazzino ascolta dallo schermo video gli auguri affettuosi di Gianni Morandi, Gigi D’Alessio, Riccardo Cocciante e Ornella Vanoni. Ma soprattutto l’abbraccio di tantissimi amici e artisti.

Vincendo la sua ritrosia, invitato sul palco da Gigio Rosa e dalle note e dal dj Emidio Palomba, Manna si è raccontato, rivelando anche l’unico vero cruccio della sua storia di imprenditore,come ospite d’onore il sindaco di Napoli Luigi De Magistris accompagnato dall assessore alle politiche sociali Alessandra Clemente e dall ‘assessore Borrelli ,occhi lucidi per i figli Fabiana, Tiziana e Sasha, ma anche per la compagna discreta, la signora Manuela. Il tributo di tanti artisti, Gigi Finizio, Franco Ricciardi, Andrea Sannino, Granatino, Gianfranco Caliendo, Giacomo Rizzo, Angelo Di Gennaro, Peppe Iodice e Sal Da Vinci, e del fotografo dei Vip Mario Occhiobuono hanno reso la serata all’altezza della grande storia del Palapartenope e di Rino Manna.
Dice di se:

«Nasco alla Riviera di Chiaia, secondo di cinque figli. Da vero scugnizzo napoletano facevo partitelle di calcio con i miei amici nella villa Comunale con una palla fatta di carta. Giocavamo a nascondino alla Rotonda Diaz e andavamo sui pattini a rotelle nello spazio intorno alla statua. Il bagno lo facevamo nello specchio antistante. Ricordo che su uno scoglio avevamo disegnato una scacchiera e giocavamo a dama usando i tappi delle birre e delle gazzose».

Suo padre aveva una tabaccheria vicino all’attuale Bar Riviera. Poi decise di trasferirsi al Vomero. Come mai?

«Vendeva anche qualche articolo di profumeria e voleva dedicarsi esclusivamente alla vendita di questi prodotti. Rilevò un negozio a via Scarlatti, di fronte allo storico bar pasticceria Daniele. Nacque la profumeria Manna che poi diventò un accorsato negozio di articoli da regalo. Andammo ad abitare in un appartamento a piazza Vanvitelli, quello sopra l’orologio».

Perché smise di studiare?

«Frequentavo l’istituto Coppino, vicino al Diana. Fui bocciato alla prima media e papà capì che gli studi non mi erano molto congeniali. Licenziò un dipendente infedele e mi chiese di andare al negozio a dargli una mano. Avevo 10 anni. Ricordo la brillantina liquida nelle bottiglie e quella dura che si vendeva a peso nella carta oleata».

Successivamente, però, riuscì a prendere la licenza media.

«Fu grazie all’aiuto di un professore amico di famiglia e alla complicità di mia madre. Andavo a lezioni private da una professoressa che abitava a piazza Ottocalli che mi preparò per l’esame integrativo. Lo superai e presi la licenza media. Tutto questo all’oscuro di mio padre che non voleva che lasciassi il negozio. Sempre grazie all’amico professore Franco Mazzuccasi raggiunse un accordo con papà: la mattina andavo a scuola e il pomeriggio stavo al negozio. Questo mi consentì di iscrivermi al “Mario Pagano” dove poi conseguii il diploma di ragioniere. Dividevo il tempo tra scuola, negozio e il calcio, mio grande amore».

Ci parli di questa sua passione.

«Ho sempre giocato a pallone dovunque era possibile con i miei amici. La prima esperienza l’ho fatto con il torneo ai Salesiani. La nostra squadra si chiamava Pro Gemito. Poi passai alla Libertas Vomero con gli amici di squadra Lauro, Balestrieri, Luongo, Lettieri, Bosco, Iannucci, etc. Cominciai con il campionato giovanile e poi con quelli delle categorie superiori e poi il torneo intersociale. Il mio ruolo era terzino destro. Il nostro allenatore era un calzolaio che aveva la bottega a via Bernini, Alberto Cardone».

Si erano “ammorbiditi” i rapporti con suo padre?

«Purtroppo no. Continuavo a lavorare con lui perché ero diventato per tutti il punto di riferimento del negozio, ma vanificava qualsiasi mia iniziativa di rendermi indipendente. Di nascosto ero riuscito a crearmi un piccolo spazio dando sfogo alla mia fantasia».

Quale?

«Mi avevano colpito le collane di una famosa ditta milanese, la Lo-Sa. Erano fatte di “gemme” di vetro, legno e altri materiali. Le imitai e inizia a costruirle artigianalmente e a venderle. Incredibilmente le acquistava anche mio padre, che da commerciante aveva fiutato l’affare per la bellezza del prodotto e il suo prezzo contenuto».

Cercò anche di imbarcarsi?

«Un fratello di mamma era capo commissario di bordo su una nave mercantile della flotta Lauro. Mi informò che stavano per assumere personale e mi disse di preparare i documenti necessari. Lo feci, ma all’ultimo momento mi comunicò che il mio posto era stato assegnato ad un altro. In seguito venni a sapere che era intervenuto mio padre per impedire la mia assunzione». E così per reazione si sposò.

«Mi ero innamorato di una ragazza di Cosenza che abitava a casa della sorella. Avevo 21 anni e la sposai. Volevo fare dispetto a mio padre. Quando venne a sapere che avevo dato parola, cercò di impedire il matrimonio parlando con il prete, ma ero maggiorenne e non potette fare nulla. Riuscì però a convincere mio fratello e le mie sorelle a disertare la cerimonia religiosa. Me ne andai con mia moglie a Cosenza, ma la “fuga” durò solo pochi giorni perché con la vendita delle mie collane non riuscivamo a sostenerci».

Ritorno a casa, non proprio nelle vesti di figliol prodigo. Che cosa fece?

«Ritornai a lavorare con mio padre. Conveniva a tutti. Andai ad abitare in un bilocale preso in fitto a via Merliani e continuai a costruire collane. Un giorno conobbi al negozio il proprietario di una ditta di Usmate, vicino Monza, che faceva porcellane di Capodimonte. Entrammo subito in sintonia e mi propose di fare il suo rappresentante per tutto il Sud. Accettai. La zona era molto ampia e dovevo pensare anche al negozio. Presi due collaboratori che già facevano i rappresentati e dividevo con loro le provvigioni ».

Andò bene?

«I guadagni erano buoni e acquistai la prima automobile, un’Alfa Romeo Spider usata. Quando giravo per le strade del Vomero spopolavo. Non piaceva a mia moglie e la sostituii con una Fiat 1300. Mi inventai altri prodotti, oltre alle collane, e li inserii nel listino. Feci dei quadretti in pelle con al centro il tralcio di porcellana. Erano sorretti da due puttini realizzati da Canzanella, un rigattiere di via Salvator Rosa. Mi inventai un orologio tipo Westminster mignon. Lo stampo me lo realizzò una fonderia di Lissone. Ne feci 5.000 pezzi di cui 2.000 li acquistò Peppino Forte di Regalsport. Resi funzionanti antichi orologi di bronzo mettendoci dentro un macchinario elettrico».

E la sua antica passione per il calcio?

«Sempre viva anche se lo praticavo più di rado. Un giorno ai Camaldoli incontrai il portiere di uno stabile di viale Michelangelo che conoscevo, mi offrì in vendita un suolo vicino a Villa Camaldoli. Accettai e così nacque il Kennedy A. Nel tempo nacquero il Kennedy B, il ristorante K, la pista di go kart, la seconda più grande d’Italia, il maneggio, il mini golf e quattro campi di calcetto ».

Al Kennedy ebbe un’ulteriore idea geniale, il Been.

«È stato il primo Woodstock italiano con 36 ore di musica senza interruzione. Nella videoteca della Rai ci sono i filmati di giovanissimi Elio D’Anna e Lino Vairetti degli Osanna».

Nel frattempo, vedovo con tre figli, ebbe il litigio che determinò la separazione definitiva da suo padre.

«La convivenza, almeno dal punto di vista commerciale, era diventata insostenibile. Aprii un negozio di mobili ricercati e di articoli da regali a via Carelli, di fianco al cinema Arcobaleno. Mi risposai con una mia collaboratrice che mi ha dato il quarto figlio, Sacha. Ma il negozio mi teneva troppo lontano dai miei affetti. Lo cedetti a mio fratello maggiore, Tommaso, e mi dedicai esclusivamente al Complesso Kennedy».

Poi ci fu l’incontro con Salvatore Cangiano. Ebbe inizio l’avventura che l’ha fatto diventare un grande imprenditore teatrale. Ce ne parla?

«Era un mio conoscente e lavorava come attacchino della Elpis. Mi venne a trovare e mi propose di acquistare la sua piccola quota nella Cooperativa Teatro Tenda Partenope. Andai a vedere uno spettacolo nella struttura che si trovava a viale Augusto, a Fuorigrotta, e conobbi il presidente della cooperativa. Al termine di una chiacchierata, questi mi propose di acquistare tutte le quote per 50 milioni di lire. Non capivo assolutamente nulla di teatro e di come si potesse gestire un’organizzazione del genere, ma la proposta mi affascinò e accettai. Dalla sera alla mattina mi ero inventato la professione di organizzatore teatrale e cominciai a organizzare spettacoli con artisti del calibro di Napoli Centrale, Beppe Grillo, Le sorelle Goggi, La festa di Piedigrotta di De Simone».

Poi ebbe delle difficoltà. Quali?

«Di due tipi: da un lato c’era la Regione, proprietaria dell’area dove insisteva la struttura, con la quale non era facile dialogare soprattutto in prossimità della scadenza del contratto trimestrale; dall’altro ero assillato dalle amministrazioni dei condomini che circondavano praticamente il teatro, che protestavano per il volume troppo alto della musica, per la confusione e per il traffico che si creava nella zona. Decisi, perciò, di cercare un’area più consona e più grande».

Come la trovò?

«Per caso. Una sera il mio compianto figlio Federico si era appartato in macchina con la fidanzata nell’attuale via Barbagallo, dove ci troviamo ora. All’epoca era un terreno isolato. Si avvicinò il colono, che occupava un suolo adiacente, e parlando venne fuori che la Mostra d’Oltremare era la proprietaria di quei terreni e che lui aveva deciso di andare via dal suo. Federico mi raccontò il fatto e io il giorno dopo chiesi un appuntamento con il presidente della Mostra. Gli parlai e ottenni la sua disponibilità a sottoscrivere un contratto di fitto per circa 3.300 mq e successivamente 15mila metri quadrati di terreno che successivamente, quando fu possibile, acquistai. Il Teatro Tenda ebbe una nuova casa».

Il primo importante evento fu messo in forse da un grande incendio. Ce lo ricorda?

«Avevo organizzato il concerto dell’ultimo dell’anno con i Cugini di Campagna. La sera del 29 dicembre mi telefonò Italo, il mio collaboratore, dicendomi che la tenda si era incendiata. Mi precipitai in via Barbagallo. Mi sembrava tutto a posto ma quando i Vigili del Fuoco azionarono gli idranti, i teloni della tenda “evaporarono” letteralmente. Fortunatamente la struttura di sostegno e la corona centrale erano rimaste intatte. Dissi di prendere i teli di giro della vecchia tenda di viale Augusto, che avevamo conservato, e così riuscimmo a rendere funzionante il teatro. Il concerto si tenne regolarmente la sera del 31 dicembre e riscosse un grande successo».

Di lì a poco si trasferì a Monte Carlo. Cosa andò a fare?

«Era il 1980 e fui costretto a lasciare Napoli per ragioni di famiglia. Nella città monegasca era in villeggiatura una mia sorella sposata. La raggiunsi con moglie e figli. Ci sono rimasto per circa 20 anni. Tornavo a Napoli per tre giorni ogni settimana a seguire, per quanto fosse possibile, i miei affari. Con il marito di mia sorella aprii un’attività di importazione di prodotti alimentari italiani. Nello stesso tempo rilevammo il ristorante “La Rascasse”. La gestione del ristorante la curava mio cognato mentre io mi dedicai esclusivamente all’attività di importazione. Divenni concessionario esclusivo per la Francia della pasta De Cecco, considerata la Rolls Royce della pasta. Cominciai a ingrandirmi e importavo i prodotti della Cirio, la mozzarella di bufala Lupara, il caffè Kimbo, il riso Scotti. Creai perfino una mia etichetta, la EMA, Espansione Monegasca Alimentazione, e feci confezionare la conserva di pomodoro a mio marchio, mettendomi in concorrenza con la Cirio con la quale avevo litigato».

Perché ritornò a Napoli?

«Avevo affidato la gestione del complesso Kennedy e del Teatro Tenda a delle persone che si rivelarono degli incapaci. Mi ritrovai indebitato per diversi miliardi di lire. Lasciai definitivamente Monte Carlo, e stipulando un concordato preventivo con le banche e anche grazie al sostengo della mia compagna, saldai interamente il debito».

Da grande imprenditore non demorse e diede inizio alla radicale ristrutturazione del Teatro Tenda, oggi Palapartenope.

«Sostituimmo il tradizionale chapiteau circense con una struttura moderna, solida ed avveniristica, con una capienza di 3.300 posti a sedere o 6.500 in piedi, di cui 800 sulle tribune. Per riempire i vuoti dell’attività spettacolare la struttura è diventata polifunzionale. Abbiamo organizzato la prima festa della pizza, la festa della birra e tre edizioni della Erotica Tour. Per un periodo siamo stati anche Palaroller. Ospitiamo congressi e concorsi. Abbiamo ridato nuova vita alla vecchia birreria creando con l’aiuto, all’epoca, dei miei giovani figli, una moderna paninoteca, la “Brasserie”. Abbiamo inaugurato uno spazio, “La Casa della Musica Federico I°” destinata alle esigenze di un pubblico giovane con allestimenti moderni e dinamici, con capienza di 1.200 spettatori, e dedicata a mio figlio Federico, scomparso prematuramente».

Qual è il suo nuovo obiettivo?

«Oggi la musica è diventata un business e viene fatta in strutture non idonee. Il mio progetto imprenditoriale è quello di ampliare e potenziare il Palapartenope, polo di attrazione della città per chi vuole fare della buona musica e per chi ama ascoltarla, praticando prezzi popolari e quindi accessibili a tutti».

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