Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre (ora italiana) è andato in onda sulla Cnn il primo dibattito in diretta televisiva tra gli aspiranti alla Casa Bianca del partito democratico. In totale sul palco erano presenti cinque candidati: Martin O’Malley, Jim Webb, Lincoln Chafee, Hillary Clinton e Bernie Sanders. Com’era facile prevedere, la vera sfida è stata tra questi ultimi due, rispettivamente first lady e segretaria di stato e senatore del Vermont.

 

Il tutto ha avuto inizio con un messaggio video di Obama, che ha chiesto ai candidati di lavorare insieme, tentando di guardare al quadro generale del partito, evitando che la Casa Bianca venga occupata da un candidato repubblicano. Svariati i temi, dalla marijuana alle armi, passando per i cambiamenti climatici, la ripresa economica e l’Iraq. Il confronto non si è mai tramutato in uno spregevole spettacolo televisivo, con attacchi personali e liti da dare in pasto al web. A tal proposito Sanders ha guadagnato molti punti tra l’opinione pubblica giocando la carta del fair play. Ha infatti detto apertamente d’essere stando di sentir parlare delle e-mail della Clinton. Quest’ultima ha ammesso il proprio errore, avendo utilizzato unicamente un indirizzo di posta personale per le comunicazioni avvenute durante il suo periodo da segretario di stato. Sanders le ha teso la mano, chiedendo di tornare a parlare finalmente di politica.

 

 

Il tema delle armi è stato uno dei più caldi e, alla luce degli ultimi drammatici episodi, non poteva essere altrimenti. E’ proprio qui che Sanders ha perso i punti guadagnati in precedenza, avendo spesso votato a favore dei diritti dei possessori d’armi da fuoco. La Clinton ha afferrato la palla al balzo, colpendo duramente. Ha infatti dichiarato che la legge contro la quale Sanders votò, definendola complessa, non lo era affatto. Ha inoltre ribadito che il tempo delle discussioni può dirsi finito, ed è ora che gli Stati Uniti lottino insieme contro la National rifle association, ovvero la potente lobby che tutela i possessori d’armi.

 

 

Sulla fronte della politica estera si è tornati a parlare di Iraq e del voto della Clinton nel 2003, al tempo era senatrice, in favore della guerra contro Hussein, appoggiando Bush. Un tema caldo che le era già costato punti importanti nella corsa contro Obama, ma che ora pare aver perso quella rilevanza, soprattutto perché la favorita del fronte democratico ha saputo incassare il colpo, ammettendo che quello fu un errore. Ha poi risposto a tono sulla questione Russia, sostenendo di non aver mai avuto illusioni su Putin, ma che con Medvedev era riuscita, da segretario di stato, a stringere importanti accordi, come quello sul disarmo nucleare. Proprio in riferimento alle zone di guerra e al coinvolgimento di Putin in Siria, Sanders ha sottolineato come Obama faccia bene a tener fuori gli USA da tutto questo, sostenendo che la Siria sarà un grosso guaio per Putin. La Clinton invece sarebbe propensa a stabilire delle no-fly zone, sfruttando dei corridoi umanitari per aiutare i profughi e aumentare il proprio potere contrattuale nei confronti del presidente russo.

 

Un confronto duro ma rispettoso, che ha confermato, qualora ce ne fosse bisogno, che la Clinton è la candidata più credibile e forte del partito democratico. Se contro Obama i numeri non erano tutti propriamente a suo favore, questo dibattito pare aver mostrato a tutti, e forse in primis a se stessa, che queste presidenziali possono diventare le “sue”, o che quantomeno potrà giungere fino al termine di esse con una seria chance di vittoria.

 

 

 

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