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DAVIDE SANNINO: UNA TRAGICA STORIA SENZA FINE, MA CON UNA SOLA SPERANZA

19 luglio 1996.
Un colpo di pistola alla testa durante una rapina mise fine alla vita del giovane Davide Sannino. Quattro malviventi accerchiarono un gruppo di amici riunitosi per festeggiare la fine dell’anno scolastico.
Si erano impadroniti dei motorini, dei pochi soldi e degli orologi. Ormai stavano per dileguarsi quando poi decidono di tornare indietro ed uno di loro compie lo scellerato gesto. Davide morirà dopo tre giorni di agonia, in ospedale.

La vicenda sconvolse l’intera regione: l’ennesima vittima innocente della malavita.
Venne sconvolta anche la comunità evangelica napoletana di cui Davide faceva parte. Le istituzioni presero parte al funerale, gremito di persone, presso la chiesa evangelica ADI di Portici.

Ma ad essere sconvolta più di tutte è la famiglia Sannino. Lacerata, distrutta e colpita in modo violento.
Perché da quel momento, iniziò un lungo travaglio, una tragedia nella tragedia.
Infatti, nonostante i quattro malviventi vennero subito identificati, ebbe inizio un lungo calvario per la famiglia Sannino. L’autore del folle gesto, Giorgio Reggio, venne condannato in primo e secondo grado a trent’anni di carcere. Mentre i complici a pene minori.
Eppure, a differenza di altre storie dove non si giunge all’identificazione del colpevole, nel caso di Davide Sannino sembrò che la giustizia terrena avesse compiuto il suo corso.
Fu solo un’illusione, ahimè.

A distanza di quasi 27 anni da quella tragedia, la famiglia Sannino non conosce pace. Segnali inquietanti, vicende raccapriccianti e continue vessazioni nei confronti di questa famiglia che non solo ha visto perdere un proprio caro, ma ha anche conosciuto la solitudine. Venuti a mancare i riflettori che si erano accesi sulla vicenda al tempo dell’omicidio (chi può dimenticare la faccia in segno di sfida al mondo intero del “mai pentito” assassino mentre veniva arrestato) la famiglia Sannino venne lasciata sola. Senza nessun supporto. Senza nessun sostegno.

A distanza di anni i familiari non sono riusciti a mettere in esecuzione la sentenza civile che stabilisce un risarcimento di 500.000 euro.
Il processo infatti si è concluso nel 2015, con la condanna a un risarcimento che non è stato mia pagato perché la sentenza non è mai stata notificata ai colpevoli. “Il problema non sono i soldi, sono questi 24 anni di pressioni, minacce e incidenti che hanno sfaldato la nostra famiglia” hanno raccontato i fratelli di Davide, Daniele e Jonathan Sannino nelle scorse settimane ad alcuni media.
Dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno sempre il fratello di Davide, Daniele Sannino, aveva lanciato un appello: «Cerchiamo un avvocato motivato e perbene che accetti di assisterci, restituendo dignità alla memoria di mio fratello e giustizia alla società».

Ed anche io ho incontrato Daniele, che ha raggiunto la sede di Real Inside Magazine. Abbiamo ricostruito questa vicenda. Abbiamo rivisto le prime pagine dei giornali che all’epoca parlarono dell’accaduto. Anche perché Davide non e’ considerata una vittima delle mafie (e quindi tutelate ed assistite dallo Stato) ma di microcriminalità. E’ per questo che non hanno avuto diritto nemmeno ad un supporto psicologico all’epoca dei fatti.

Nel volto di Daniele ho visto tanta stanchezza per una vicenda che ha segnato la sua vita e quella dei suoi familiari. Lui non è riuscito a farsi una sua di famiglia, perché in questi lunghi anni ha patito minacce e soprusi. Una vicenda complessa ed enigmatica. Molte, moltissime ombre che rendono difficile anche il racconto e la narrazione. Ribadisco: tanta stanchezza e voglia di voltare pagina. Non dimenticare, ma voltare pagina, una volta per tutte, con questa assurda storia.

Restano in questa vicenda due fatti, drammatici e tristi.

La giovane vita ingiustamente spezzata di Davide che stava festeggiando il diploma di odontotecnico appena conseguito. Sognava di fare il carabiniere ed aveva un futuro davanti. Amava suonare il pianoforte in chiesa. Amava la giustizia, perché al suo carnefice aveva con fermezza e fede detto, prima di essere colpito: “… non è giusto quello che fai”.
Davide aveva scelto: la “resistenza passiva” al male che in modo tragico gli è costata la vita. E questo fa di lui un eroe della fede.
Dobbiamo tutti interrogarci su quanto sia assurdo che per mano di un altro giovane venga distrutta una vita, così ingiustamente.
Poteva succedere a chiunque, perché Davide era uno di noi.

Poi rimane il dramma di un’intera famiglia, devastata da tutto questo. Il dolore, il lutto, la solitudine, il senso di abbandono, le minacce ed una ferita che ancora, dopo 27 lunghi anni, gronda sangue.

Non c’è un lieto fine. Non vi sarà mai, ovviamente. Ci auguriamo solo che questa famiglia trovi un po’ di serenità. Una tregua.
Oggi la mamma di Davide non c’è più.
Il Papa’ è molto anziano.
I fratelli e la sorella sono devastati da tutta questa storia.

Durante il funerale predicò il pastore Francesco Toppi, allora presidente delle ADI, che citando la Scrittura disse: “… benché morto, parla ancora”. Aveva ragione.
Davide non c’è più. Ma la sua vita parla ancora di coraggio e di fede. Perché i processi umani deludono, ritardano e vacillano. Ma la giustizia divina farà il suo corso, inevitabilmente.
Senza ravvedimento la vita dei suoi carnefici non sarà mai vita. Mentre la morte di Davide, dolorosa ed ingiusta, drammatica e tragica, parla e parlerà per sempre ed ancora di vita: la vita eterna.
E questo non è una macabra consolazione per sua famiglia, ma una ferma certezza, una “beata speranza” nella quale i suoi familiari e quella comunità che l’ha visto crescere, nonostante tutto quando accaduto, non smette di credere.

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