mercoledì, Novembre 30, 2022
spot_img
HomeApprofondimentiIl viaggio e la sorpresa. Incontri di speranza alla frontiera con l'Ucraina

Il viaggio e la sorpresa. Incontri di speranza alla frontiera con l’Ucraina

Ci aveva tenuti compagnia sino a quel momento e poi avrebbe continuato a farlo più tardi ma era arrivato il momento di staccarlo. Spotify, con i suoi podcast e la musica, è messo a tacere. I volti si fanno più tesi ma gli occhi continuano a raccontare calore. Quel calore che ormai non appartiene più alle temperature che ci eravamo lasciati alle spalle l’ultima volta che avevamo deciso di fermarci per mangiare le frittate di pasta che zia Silvana ci aveva preparato per il viaggio. Frittate, panini di McDonald’s, biscotti Baiocchi e Pan di Stelle sono stati con noi per oltre tremila chilometri.

“Ok ragazzi, il contatto è giusto, lo scrivo nel gruppo, ci siamo”.

Scendiamo dal van. Buio, freddo. Attorno a noi solo campagna. Una sconfinata campagna ungherese al confine con l’Ucraina, il Paese che sta subendo una vile invasione che provoca solo dolore, che oscura i cuori, che fa dubitare del fatto che in fondo “siamo tutti fratelli”.

“Io non sono fratello di chi sta facendo questo”.

Percorriamo pochi metri a piedi dopo che Mario, di ritorno dalla frontiera, ci racconta quello che ha visto. Lo vediamo anche noi. Sono le scene che la tv e i social ci presentano ogni giorno. Rimaniamo senza parole. Il freddo è quello che sentiamo, la sofferenza ciò che percepiamo. Non si parla più. 

Enzo ci dice: “ragazzi andiamo dal nostro contatto così cominciamo a scaricare e a capire se riusciamo a portare con noi qualche persona, qualche famiglia”.

Marco si mette al volante, Geppi è già pronto nell’altro van. Va avanti lui. Arriviamo. Ci siamo. “Dai ragazzi scendiamo, Vincé vai a vedere”.

Comincia così la storia più bella che possiamo raccontare in questi giorni e che ci accompagnerà per il resto della vita. Ma questo è il principio della fine della nostra “missione”, il vero inizio è un altro e risale alla scorsa settimana.

Giuseppe Lettieri, imprenditore napoletano dal cuore immenso, non riesce, come tutti noi, a capacitarsi di quanto stia avvenendo. Il suo contributo lo ha già dato così come gli altri. Tuttavia il cuore gli suggerisce di tentare di fare qualcosa di più tangibile. Ma cosa si può fare di più tangibile ancora? La ragione, nell’eterno conflitto con le regole sconosciute dell’amore che nascono nei sentimenti celati che albergano negli uomini di buona volontà, prova a mettersi in moto. I confini europei con l’Ucraina sono diversi. I meno caldi, stando alla situazione della scorsa settimana, si trovano in Ungheria. Cosa possiamo fare? Gli aiuti sono stati inviati e ogni giorno vengono inviati da tantissime persone di ogni Paese. Portarne altri e catapultarsi nell’ignoto non è un “qualcosa di tangibile” che abbia senso. Ok, ma cosa fare allora? Si deve rispondere ad un altro bisogno per dar senso a quello che il cuore suggerisce. L’idea si palesa, la ragione ha trovato la via: “dobbiamo dare un passaggio alle donne, ai bambini, in Italia o dove vogliono”. I mariti, gli amici, gli uomini di un’età che non consente loro di lasciare l’Ucraina perché devono combattere e dare una mano al loro Paese li accompagnano alla frontiera e da lì in poi è un mezzo mistero. I più fortunati sanno dove poter andare, qualcun altro non ancora lo sa. Ecco, ci siamo. La formula giusta è questa qui: “portiamo qualche aiuto e torniamo con le persone, questo si può fare, questo ha senso”. 

Giuseppe, da questo momento in poi Geppi, coinvolge diverse persone tra amici e parenti. Qualcuno si dice subito disponibile a partire. Qualcun’altro è pronto a dare un sostegno logistico. Qualcun’altro ancora a supportare l’iniziativa, totalmente privata, finanziariamente. 

Le risorse ci sono, i contatti per prendere cibo e abbigliamento anche. Si crea il gruppo WhatsApp “Missione umanitaria”. Giuseppe Lettieri, Vincenzo Ferrieri, Marco Ilardi, Mario Orengo, Antonio Di Stasio e io ne facciamo parte.

Si danno i dettagli dell’iniziativa. Si discute. Le domande che ci poniamo tra di noi sono diverse: chi è il nostro contatto lì? come siamo organizzati? dove andiamo a caricare? quando si parte?

Deciso, si parte mercoledì 9 marzo al mattino. Il giorno prima bisogna essere tutti a Milano perché è lì che bisogna ritirare i van e caricare gli aiuti che saranno portati al confine.

Enzo, Mario e Marco già sono lì. Geppi arriva in aereo da Napoli alle due del pomeriggio. Stessa cosa per Antonio e me che però arriviamo in treno. I bagagli da portare sono tanti, i nostri amici hanno voluto che portassimo al confine anche qualche loro felpa, coperta, giubbotto, dei giocattoli per i bambini e altre cose utili per le mamme con i bimbi piccoli piccoli.

Con Antonio raggiungiamo Geppi a Linate dove si ritirano i van. Su WhatsApp c’è la posizione del capannone, poco fuori Milano, dove c’è il cibo che è stato acquistato e che deve essere caricato. 

Ritiriamo i van e io e Antonio impostiamo la posizione del capannone sul navigatore del van. “La tua destinazione si trova a 14 km dal punto di partenza”. Il tempo previsto per l’arrivo è di 30 minuti. Nonostante siano le tre del pomeriggio a Milano c’è comunque traffico.

“La tua destinazione si trova sulla sinistra”.

Entriamo in un viale. Abbasso il mio finestrino, Antonio si accosta al mio van “Antò dobbiamo caricare qui, è questo il posto”. “Ok, carichiamo prima il tuo” mi risponde Antonio che intanto parcheggia il suo van. Retromarcia, entriamo nel capannone, ci presentiamo. Veniamo accolti da un grande sorriso da Peppe che ci mostra tutto quello che dobbiamo caricare: pasta, riso, biscotti, passata di pomodoro, tonno, legumi, farina, zucchero e altro ancora. Ci mettiamo all’opera, abbassiamo i sedili del van e Antonio organizza il carico: “dobbiamo riempire ogni spazio altrimenti non ce la facciamo”.

Dopo un’oretta abbiamo caricato tutti e due i van. Scriviamo nel gruppo che ci siamo.

“Vincé venite agli uffici di Enzo” risponde Geppi. Arriviamo. Ci sono tutti: Bernardo, Enzo, Mario, Geppi, Giulia. Siamo felicissimi. Cominciamo a prenderci in giro come al solito, a fare le nostre battute. Antonio e Giulia applicano gli adesivi, che Giulia ha preparato, sui van.

Risate su risate. “Ragazzi vedete di attaccarli bene”, “si ma qualcuno potrebbe darci una mano, eh!”. Io faccio stories a più non posso. Sento che è una cosa troppo bella da non dover essere condivisa con i miei amici sui social.

“Humanitarian Aid” sulle fiancate destra e sinistra dei van e un adesivo enorme sul cofano anteriore con scritto “No More War”.

“Ragazzi ma che partiamo a fare domani mattina? Partiamo stasera, ci fermiamo a Lubiana così facciamo già le prime quattro ore di viaggio, dormiamo lì e poi domani mattina partiamo. Che dite?”

Ci guardiamo negli occhi. Enzo ha ragione. Facciamo così. 

La verità è che non vediamo l’ora di partire, stare insieme e cominciare il nostro viaggio.

Chi a casa, chi in hotel. Ognuno di noi prende la sua strada. C’è bisogno di farsi una doccia, vestirsi pesante per il viaggio e attrezzarsi.

Marco è a Brugherio. “Marco mandaci la posizione, stiamo venendo a prenderti”. 

Finalmente pronti. Ci siamo. Solo le nove di sera di martedì otto marzo. Nel primo van ci sono Geppi, Mario e Enzo. Nel secondo io, Marco e Antonio.

Partiamo. 

“Ragazzi chi mette un pò di musica?” domanda retorica che rivolgo ad Antonio (alla guida) e a Marco. “Ua Veciè sparagn pur ngopp a Spotify?, tiè metti il mio!” mi fa Antonio senza immaginare che io ce l’abbia, ovviamente, ma che non ho la versione premium che invece scopro che Antonio ha ma che però non funziona. Risate su risate. Entra Marco nel discorso “niente panico lo metto io”. Grandissimo Marco. Playlist spettacolare. Da Franco Ricciardi a We Are the World come se stessimo sulle montagne russe. E’ una playlist tutta da scoprire. L’energia è alle stelle. Non entra più nell’abitacolo. L’aria è effervescente.

“We ci fermiamo al Mc?” 

Ci arriva il messaggio su whatsapp dall’altro van. Siamo a Desenzano, usciamo dall’autostrada e ci fermiamo a mangiare qualcosa.

Si riparte. La musica c’è. Ogni tanto si abbassa il volume per parlare tra di noi, di quello che sta succedendo, di quello che forse accadrà. Ci raccontiamo quello che facciamo. Marco fa una videochiamata con suo figlio più grande. C’è consapevolezza di quello che stiamo per fare. La voglia di arrivare lì è fortissima ma la preoccupazione è la nostra ombra. In fondo inizialmente non eravamo solo sei ma qualcuno in più che alla fine ha dovuto desistere per via delle giuste preoccupazioni delle famiglie. 

Sono le due e mezza di notte. Arriviamo a Lubiana, parcheggiamo i van e in un hotel prendiamo possesso delle nostre camere.

“Domani mattina alle sette si parte. Sei e mezza colazione e poi si parte”. Geppi ordina al team di essere precisi. La tabella di marcia deve essere rispettata alla regola. Siamo tutti d’accordo. Non c’è tempo da perdere perché non sappiamo se ci saranno dei problemi lungo il viaggio. In fondo si tratta di un tragitto lungo e di problemi potrebbero sorgere.

Punto la sveglia alle 5.30, 5.35, 5.40, 5.45, 5.50, 5.55, 6.00. A quella delle 5.50 finalmente apro gli occhi. Doccia, mi vesto. Antonio dorme. “Antò scendo a fare colazione, ci vediamo giù”. Alle sette e mezza partiamo. Mi metto alla guida fino a Budapest.

Lungo la strada ci fermiamo tre volte per far gasolio, mangiare, prendere un caffè. Incontriamo un uomo ucraino che va al confine come noi. Parla italiano: “dove state andando ragazzi?”. Gli adesivi raccontano per noi cosa stiamo facendo. Gli diciamo tutto e lui ci dice che lavora in Toscana e sta andando a prendere i suoi suoceri per portarli in salvo in Italia. Ci scambiamo i numeri di telefono. Da quel momento in poi ci saremmo sentiti più e più volte. E’ incredibile come in queste circostanze si possa stringere un rapporto in così poco tempo. L’unione fa la forza ed è un concetto che assume vigore soprattutto in queste situazioni.

“Ragazzi, Costantin mi ha detto che ci possiamo vedere solo dalle undici stasera in poi e che qualche famiglia possiamo portarla con noi da domani mattina alle nove”

Geppi ci manda questo messaggio su Whatsapp. Costantin è il nostro contatto. La persona del posto che sta facendo un lavoro straordinario di coordinamento tra le varie associazioni presenti nel posto e gli aiuti che arrivano dall’Italia e non solo.

Ci guardiamo negli occhi. Il navigatore dice che la nostra destinazione si trova a 90 km. Scatto qualche foto per tener memoria dei posti che stiamo attraversando. Non c’è niente. Nulla. Solo campagna e case piccolissime ma graziose. Abbiamo un quarto di serbatoio. Di distributori di benzina neanche l’ombra. Si accende la spia e sul monitor compare la scritta: “il tuo livello di Adblue è basso, fai rifornimento”. Ci sembra un film. Stacchiamo la musica. La tensione è alta. Mi metto a telefono. Eugenio, un mio amico, un fratello, mi ha mandato un numero di telefono. Chiamo. In queste circostanze il piano b è fondamentale. Giorgio si chiama la persona che mi risponde al telefono. Nel giro di dieci secondi riesce a recuperare il numero di un giovane sacerdote italiano che è nel Paese, don Marco. Lo chiamo. Non risponde.

“Ragazzi qui nel van non siamo più in tre ma in quattro: io, Marco, Vincenzo e l’ansia”. Antonio prova a sdrammatizzare. Marco sorride, io non riesco. Sono teso. Lascio un messaggio a don Marco. Dopo dieci minuti mi chiama: “mi scusi ero in preghiera, mi dica”. Gli racconto tutto, mi dà il numero di don Flavio, segretario del Cardinale di Budapest. Lo chiamo, non risponde.

“La tua destinazione si trova a 60 km”

“Antò metti muto a questo” dico io mentre Marco guida. Ha preso lui la guida da Budapest.

Richiamo. Non risponde. Gli lascio un messaggio.

Nonostante l’avessimo silenziato, il navigatore ci mostra che siamo arrivati. Siamo a Zahony.

Non c’è niente. Solo la dogana. Non abbiamo trovato quello che pensavamo. Parcheggiamo i van. Scendiamo. Decidiamo di parlare con i funzionari. Mi avvicino con Enzo ad uno di loro. Non parla inglese e dallo sguardo e dai gesti capiamo che non è disposto a darci retta. E’ teso, nervoso. Capiamo che non è il caso di insistere. Intanto Mario entra in un ufficio. Stessa storia.

“Ragazzi, il piano A prevede il nostro arrivo qui ed è ancora in corso il piano visto che alle undici ci dobbiamo vedere con Costantin. Andiamo comunque a Barabas, vediamo lì che c’è”.

“Si ma non abbiamo gasolio, ne è rimasto poco”.

“Ragazzi ma mi hanno detto che a venti km da qui ci sono gli sfollati e chi sta dando loro una mano, andiamo?” dice Mario al gruppo.

Ci guardiamo negli occhi. Entrare in Ucraina non era il nostro piano. Ognuno di noi dice la sua, qualcuno resta in silenzio. Io dico che non me la sento. “Vincé ma qua non succede niente, non siamo in pericolo, entriamo” mi dicono i ragazzi. “Ok, andiamo!” dico io dopo aver ascoltato i miei fratelli. “Andiamo!”.

Siamo pronti per entrare. “Il passaporto ce l’abbiamo tutti, vero?” dice Enzo. “Si, tutti!”. “Ok, andiamo!”.

“Forse, visto che sono le sei, sarebbe il caso di tentare di fare un salto prima a Barabas, vediamo che c’è, poi siamo sempre in tempo a tornare indietro” dice Marco.

“Ok, che Barabas sia!”.

Andiamo pianissimo. Non abbiamo quasi più gasolio. Spegniamo l’aria calda, indossiamo i giubbotti. A un certo punto mettiamo su i cappellini. Fa freddo. Richiamo don Flavio, non risponde. Lo richiamo. Una volta, due, tre. Non mi risponde.

“Vincé chiamalo con il mio” mi dice Antonio. Ci provo, mi risponde. Gli spiego la situazione. Mi dice “Lettieri, vada a Barabas, c’è Caritas scritto con la K dica che la mando io. Dica che sono il segretario del Cardinale. In questo momento c’è poca fiducia in chi si avvicina ai nostri posti.”

Già, molti delinquenti si avvicinano a questi posti di confine ed è un rischio soprattutto per le donne.

“Ragazzi, abbiamo l’appoggio a Barabas” scrivo io entusiasta nel gruppo. “Ok, scrivo a Costantin”. “No, aspettiamo che sia corretta l’informazione di Vincenzo”.

Arriviamo a Barabas, due chilometri prima del confine vediamo il tendone bianco indicato da don Flavio. Ci fermiamo ma restiamo nel van. “Andiamo alla frontiera?” “Si!”.

Arriviamo. “Mario vai a vedere tu?”

Mario scende dal van, torna. “Ragazzi, incredibile. Dovete scendere, dovete vedere anche voi”.

Scendiamo dal van. Fa freddo, siamo stanchi. Vediamo delle luci. Ci avviciniamo. Le immagini sono terribili. Donne e bambini con anziani in fila a piedi al freddo che attraversano la frontiera. Sono accolti con delle coperte che mettono fino in testa per coprirsi. I bambini sono spaventati. Le donne trattengono il respiro. Il ruolo che stanno svolgendo non consente loro l’emozione che provano. Il dolore che prova una persona ormai alla mercé della vita a causa di chi non ha più un sentimento umano. Non parliamo. Torniamo indietro nel van. Si accende la spia del serbatoio. 

Arriviamo al tendone bianco. “Vincé vai a vedere”. Entro. C’è confusione. Volontari giovanissimi. Ragazze e ragazzi dal cuore immenso. Sacerdoti. Non so con chi parlare. Spero parlino inglese. Mi presento. Dico che ci manda don Flavio. Gli occhi della ragazza con cui parlo cominciano a brillare. Vorrei abbracciarla per sciogliere la tensione che porto dentro e che leggo sulle sue labbra mentre mi guarda. Mi indica il suo capo. Un ragazzo ungherese. Mi fa parlare con il segretario del Cardinale Czerny. Non sapevo chi fosse. Scopro lì che è stato mandato dal Papa per dare testimonianza della sua vicinanza. “Il Cardinale è in Ucraina, arriverà tra poco.” mi dice in italiano. “Ora vi faccio scaricare io.”

“Vincé allora?” mi dicono i ragazzi che nel frattempo mi hanno raggiunto. “Tutto ok, scarichiamo.” Ci prepariamo. Ci portano dietro al tendone dove c’è un’altra tenda bianca completamente vuota, sembra che ci stesse aspettando.

Scarichiamo. Si forma un corridoio di persone che felici ci danno una mano a scaricare. Faccio video, documento tutto. Stacco il telefono. Mentre gli altri scaricano entro in una stanza adibita a dormitorio. Vedo anziani, donne, bimbi. Tutti insieme. Esco. I ragazzi scaricano. Le mani non si muovono. Gli occhi sono lucidi. Piango. Mi metto in un angolo. La tensione si scioglie. Penso alle preghiere che avevamo fatto lungo il viaggio e penso che non ci abbia lasciato soli, Lui. Nè a noi e né a loro. Tolgo la mascherina, gli occhiali. Le lacrime scaldano il mio viso freddo. Mi avvicino a Geppi: “fratello io stacco il cervello”. I ragazzi sono impegnati, scaricano. Fanno tutto loro. Parlano con gli altri. Io li filmo. Li abbraccio. Sono i miei fratelli. Stiamo con i nostri fratelli ucraini e ungheresi. Ci abbracciamo. Sorridiamo.

Finiamo di scaricare. Ci dicono che non c’è chi vuol venire in Italia perché non c’è chi ha già appoggi lì. Nel frattempo però ci informano che due famiglie hanno bisogno di arrivare a Budapest e non sanno come arrivarci. “Nessun problema, ci siamo noi” dicono i ragazzi mentre io filmo.

“Vincé andiamo a salutare”. Entro, chiedo dove sia il capo dell’organizzazione. La ragazza mi mostra il Cardinale ma io non mi riferivo a lui. E’ tornato dall’Ucraina e sta accarezzando le mani di chi vuole confidarsi. Benedice tutti. Ci avviciniamo. Ci guarda da lontano mentre continua a tener compagnia alle donne, agli anziani e ai bambini. Penso che l’abbia mandato il Papa e capisco ancora di più dove ci troviamo. Il senso di tutto. Il sacerdote che ci ha accolto ci presenta. Il Cardinale ci ringrazia: “starete nelle mie preghiere, grazie”. Ci benedice. Usciamo.

“Ehi aspettate, facciamo un’intervista per Radio Vaticana?”

“Vai, ci siamo”

Enzo e Geppi stanno con le famiglie nei van.

“Chi parla?” “Vai Vecié, parla tu!”

Raccontiamo la nostra storia, il Cardinale si mette tra noi, sorridiamo, siamo felici. Ci danno acqua per il ritorno, vogliono darci dei panini ma non abbiamo fame e non vogliamo togliere a chi ha davvero bisogno.

Ci mettiamo nei van. Non abbiamo gasolio ma accendiamo l’aria calda per tenere i nostri nuovi compagni al caldo. Offriamo biscotti e qualche chiacchiera. Sono stanchissimi. Dopo pochi minuti dormono. 

Arriviamo a Budapest, ci danno gli indirizzi di dove devono andare. Arriviamo alle destinazioni. Una signora viene a prendere una delle due famiglie. Corre verso di noi. Vede le bambine. Le abbraccia, piange. Ci guarda. Stiamo capendo. Ci ringrazia. Ci saluta con il cuore, ci dice grazie. Ci facciamo una foto. “La conserveremo per sempre!” “Grazie Italia!” “Good Luck”. Salutiamo i bambini.

E’ arrivato il momento di ripartire anche per noi. E’ notte. Fa freddo ma io sento caldo.

“Marco, metti Spotify!”

RELATED ARTICLES

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

- Advertisment -spot_img

I più letti

Cosa dicono i lettori