giovedì, 16 Luglio 2026
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Intervista a Nadia Mari – traduttrice, scrittrice e podcaster

Tu sei traduttrice. Che cosa significa davvero tradurre?

Sono traduttrice, lavoro in cinque lingue: italiano, la mia lingua madre, inglese, francese, olandese e spagnolo. Il mio percorso formativo comprende una laurea in Lingue Straniere e un Master in Cooperazione Internazionale, esperienze che mi hanno offerto l’opportunità di studiare e viaggiare all’estero.

Tradurre non significa semplicemente passare da una lingua all’altra, ma creare un ponte tra culture, persone e modi diversi di vedere il mondo.

Il contatto diretto con realtà culturali diverse mi ha permesso di conoscere nuovi usi, costumi e modi di pensare, arricchendo non solo le miecompetenze linguistiche, ma anche la mia visione del mondo.

Grazie a queste esperienze e alla mia formazione personale e professionale, ho sviluppato una mentalità aperta e inclusiva, che mi consentedi comprendere e valorizzare le diversità culturali e di trasmettere questo approccio nel mio lavoro di traduzione e scrittura.

Sei anche scrittrice. Da quanto scrivi? È un’esigenza personale? Quanto c’è del tuo vissuto nei tuoi libri?

Scrivo fin da quando ero molto giovane. La scrittura mi ha accompagnata in diverse fasi della vita, inizialmente come spazio personale di riflessione e di espressione, ben prima di diventare un progetto editoriale.

Tuttavia, è soltanto da un paio d’anni che ho iniziato a pubblicare. Il punto di svolta è arrivato con la vittoria del primo premio al concorso internazionale Premio Navarro (Sambuca di Sicilia), al quale avevo presentato il mio romanzo inedito Il Giardino dei Gelsomini, oggi pubblicato da Lupi Editore.

Per me la scrittura nasce da un’esigenza profonda e autentica: è uno strumento attraverso cui osservo la realtà, elaboro emozioni e cerco di dare un significato alle esperienze.

Scrivere mi permette di esplorare temi che mi stanno a cuore e di entrare in dialogo con me stessa e con gli altri. È un processo che richiede ascolto, sensibilità e una continua ricerca interiore.

Nei miei libri non racconto direttamente la mia storia personale, né i personaggi coincidono con me. Eppure, in ogni pagina è possibile trovare una parte di me e del mio vissuto.

Ci sono le domande che mi accompagnano da sempre, le esperienze che mi hanno formata, gli incontri che hanno lasciato un segno e le riflessioni maturate nel corso degli anni.

Credo che ogni autore, anche quando costruisce mondi immaginari o narra vicende lontane dalla propria esperienza, lasci inevitabilmente una tracciadi sé nelle proprie opere. La scrittura è, in fondo, una forma di verità: non necessariamente biografica,ma emotiva e umana.

Sei una persona molto seguita sui social. Ti pesa essere un personaggio pubblico?

Vivo i social come uno strumento di dialogo e condivisione. Li utilizzo principalmente per far conoscere la mia attività letteraria, ma anche per raccontare, in modo autentico, aspetti della mia persona: le mie passioni, i miei interessi e alcune riflessioni personali.

Credo che questo contribuisca a creare un rapporto più diretto e umano con chi mi segue, andando oltre la semplice dimensione professionale.

Naturalmente i social richiedono tempo, costanza e una certa esposizione, ma non li vivo come un peso. Al contrario, li considero un’opportunità per entrare in contatto con lettori e lettrici, confrontarmi con loro e condividere idee e contenuti culturali.

Allo stesso tempo, tengo molto a mantenere un equilibrio tra vita pubblica e sfera privata: per me i social restano uno strumento, non un fine. Il loro valore sta proprio nella possibilità di diffondere cultura e creare connessioni, senza perdere il rispetto dei propri spazi personali.

Viaggi spesso per il tuo lavoro? Che idea ti sei fatta della situazione che stiamo vivendo?

I viaggi e il contatto con persone provenienti da Paesi diversi hanno avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso personale e professionale.

Mi hanno permesso di osservare da vicino realtà molto differenti tra loro, ma anche di riconoscere un filo comune che attraversa culture e confini: le stesse preoccupazioni, le stesse fragilità, ma anche le stesse aspirazioni.

Al di là delle differenze culturali e sociali, emergono infatti difficoltà condivise legate all’incertezza economica, alle tensioni internazionali e ai rapidi cambiamenti sociali e tecnologici che stanno ridefinendo il nostro modo di vivere.

Il mondo, in questo senso, appare come uno spazio in continua trasformazione, complesso ma profondamente interconnesso.

Ciò che mi colpisce maggiormente è la capacità di adattamento delle persone e la volontà diffusa, spesso silenziosa ma concreta, di costruire dialogo e comprensione reciproca anche in contesti difficili.

Allo stesso tempo, ho maturato la convinzione che la rappresentazione che spesso ci viene restituita dai media e dai social network non sia mai del tutto completa. Molto spesso viene messa in evidenza quella che potremmo definire “la faccia scura della luna”: conflitti, crisi, tensioni, ciò che fa notizia perché rompe gli equilibri e genera allarme.

Eppure esiste anche un’altra faccia, meno visibile ma altrettanto reale e forse ancora più determinante. È la faccia luminosa del mondo: quella fatta di persone che lavorano ogni giorno in silenzio, senza riflettori né riconoscimenti, ma con un contributo prezioso e costante alla tenuta delle comunità e al progresso sociale.

Sono individui, realtà locali, professionisti, volontari e cittadini che, con gesti concreti e quotidiani, impediscono al mondo di scivolare completamente verso il disordine e la deriva.

Per questo credo che oggi più che mai sia necessario uno sguardo più equilibrato e consapevole, capace di riconoscere entrambe le dimensioni della realtà.

Solo attraverso ascolto, cultura e conoscenza reciproca possiamo comprendere davvero la complessità del presente e affrontare le sfide del futuro senza ridurre il mondo a una sola narrazione.

Nel 2024 hai vinto il Premio Internazionale Navarro con il romanzo “Il Giardino dei Gelsomini”. Che significato ha avuto questo riconoscimento?

La vittoria del Premio Internazionale Navarro 2024 rappresenta uno dei momenti più importanti del mio percorso letterario. Anzi, ne è stato il trampolino di lancio.

È stata un’emozione profonda vedere riconosciuto il valore di un’opera alla quale ho dedicato una parte importante di me, in termini di tempo, ricerca e identità.

Più che un traguardo, l’ho vissuta come una conferma: le storie capaci di parlare al cuore delle persone possono trovare spazio e risonanza.

Questo riconoscimento, che porto con gratitudine, mi ha dato nuovo slancio e mi ha incoraggiato a proseguire con autenticità e impegno nel mio cammino di scrittura.

A esso sono seguiti altri risultati, tra cui il Diploma d’Onore con Menzione d’Encomio al Premio Michelangelo Buonarroti, ottenuto con lo stesso romanzo, e il Primo Premio al concorso internazionale “DivinaMente Donna”, uno dei più rilevanti in Italia e celebrato annualmente al Senato della Repubblica, dedicato alla valorizzazione del talento femminile nei diversi ambiti artistici e culturali.

In questa occasione ho partecipato con il saggio breve Radici e Rinascite: la donna, l’anima della trasformazione, in cui esploro il ruolo delle donne come custodi di memoria, rigenerazione e futuro in un mondo in costante evoluzione. A questi riconoscimenti si aggiungono altri premi, piccoli e grandi, insieme a racconti pubblicati in diverse antologie.

Parlaci dei tuoi libri.

Con il romanzo Il Giardino dei Gelsomini ho voluto raccontare una storia in cui memoria, emozioni e crescita personale si intrecciano in una narrazione intensa e profondamente umana.

Al centro c’è il percorso interiore della protagonista, Nadine, che attraversa perdita, solitudine, maternità, desiderio e rinascita, in un continuo processo di trasformazione dell’identità. Il romanzo nasce dall’idea che l’io non sia qualcosa di stabile e definito, ma un flusso in divenire, costruito nel tempo attraverso i ricordi e le relazioni.

In questa prospettiva si avvicina a una visione filosofica che richiama Bergson e Proust, dove il passato non è mai davvero concluso, ma continua a vivere nella memoria e nelle sensazioni, riaffiorando in forme inattese.

Accanto a questa dimensione interiore, il simbolo del gelsomino assume un ruolo centrale: è la metafora di una resilienza silenziosa, fragile e insieme tenace.

Come in una lettura di impronta stoica, il dolore non viene rimosso, ma attraversato e abitato, trasformandosi in consapevolezza. La crisi di Nadine, segnata dalla fine del matrimonio e da un senso di svuotamento dei ruoli tradizionali, apre anche a una riflessione esistenzialista: l’identità non è data una volta per tutte, ma si costruisce nel momento in cui le certezze vengono meno.

In questo processo, la solitudine diventa non solo mancanza, ma possibilità di ascolto e autenticità, in linea con alcune riflessioni heideggeriane. La natura, e in particolare il giardino, non fa da semplice sfondo, ma partecipa emotivamente alla narrazione, riflettendo gli stati interiori dei personaggi in una relazione quasi simbolica e romantica tra mondo esterno e mondo interiore.

Infine, il romanzo si interroga anche sull’identità femminile oltre i ruoli convenzionali di moglie e madre, restituendo una visione in cui la fragilità non è debolezza, ma spazio di trasformazione e rinascita.

Nel complesso, Il Giardino dei Gelsomini è una riflessione sulla memoria, sull’identità e sulla possibilità di rinascere senza cancellare ciò che si è stati, ma imparando ad abitare la propria complessità.

Nel saggio Il potere nascosto delle donne. Da crisalidi a farfalle ho affrontato il tema del femminismo e dei diritti di genere come un percorso storico, culturale e profondamente umano, intrecciando analisi, testimonianze e riflessioni personali.

Il libro nasce dall’esigenza di ripercorrere le principali conquiste delle donne nel tempo, ma anche di mettere in luce quanto resti ancora da fare sul piano sociale, culturale e politico. Attraverso una prospettiva che unisce storia del pensiero femminista e osservazione del presente, il saggio analizza questioni come la violenza di genere, il gender pay gap, la rappresentazione femminile nei diversi ambiti della società e il tema dell’identità oltre i ruoli tradizionali.

In questa direzione si inserisce anche una riflessione sul femminismo intersezionale e sul ruolo degli uomini nel processo di cambiamento, con l’obiettivo di superare una visione conflittuale per approdare a una trasformazione condivisa.

Un elemento centrale dell’opera è il simbolo della “crisalide”, che rappresenta la condizione di transizione: da una fase di consapevolezza ancora fragile a una piena espressione del proprio potenziale, individuale e collettivo. La “farfalla” diventa così l’immagine di una libertà conquistata, non come punto di arrivo definitivo, ma come processo continuo di crescita e trasformazione.

Il libro si colloca in un dialogo ideale con alcune voci fondamentali del pensiero femminista, da Simone de Beauvoir a Judith Butler, fino a Virginia Woolf, che con Una stanza tutta per sé ha posto le basi per una riflessione ancora attualissima sull’autonomia creativa e intellettuale delle donne. La prefazione di Virginia Raggi rappresenta un riconoscimento significativo e una cornice di grande valore simbolico e civile.

La sua partecipazione conferisce al saggio una dimensione pubblica e istituzionale, rafforzando il senso di urgenza del tema trattato: quello della parità di genere come questione non solo culturale, ma anche politica e sociale.

La sua introduzione sottolinea infatti l’importanza di dare voce alle trasformazioni in atto e di sostenere un cambiamento che coinvolga l’intera società, a partire dalle nuove generazioni e dalle responsabilità condivise delle istituzioni.

Accanto alla produzione narrativa e saggistica, ho partecipato anche a progetti di ricerca in ambito accademico internazionale. Tra questi, il breve saggio in lingua inglese Being one of the group, realizzato in collaborazione con il professor Patrick Boylan, rappresenta un’esperienza particolarmente significativa del mio percorso.

Il lavoro affronta il tema della comunicazione non verbale, analizzando il ruolo del linguaggio del corpo, delle espressioni facciali e della prossemica all’interno di una conversazione efficace.

L’obiettivo della ricerca è evidenziare come la comunicazione non si esaurisca nella componente verbale, ma si costruisca attraverso un insieme complesso di segnali spesso inconsapevoli, che contribuiscono in modo decisivo alla comprensione reciproca.

Un punto centrale del saggio riguarda proprio la dimensione interculturale della comunicazione: gesti, distanze, sguardi ed espressioni non hanno lo stesso significato in ogni contesto culturale.

Ciò che in una cultura può essere interpretato come apertura o partecipazione, in un’altra può risultare invasivo o inappropriato. In questa prospettiva, il lavoro si inserisce nell’ambito della pragmatica e degli studi sulla comunicazione interculturale, richiamando le teorie della prossemica e della percezione dello spazio sociale sviluppate in ambito linguistico e antropologico.

Il progetto è stato presentato alla Conferenza di Pragmatica svoltasi a Reims, in Francia, un contesto internazionale che ha permesso il confronto con studiosi e ricercatori provenienti da diversi Paesi.

Questa esperienza ha rappresentato per me un importante momento di crescita, sia dal punto di vista accademico che umano, rafforzando l’interesse per le dinamiche profonde che regolano la comunicazione tra individui e culture diverse.

Nel complesso, Being one of the group si colloca come un tassello significativo del mio percorso, in cui la ricerca linguistica e la riflessione sulle relazioni umane si intrecciano con il mio interesse più ampio per il linguaggio come strumento di identità, connessione e appartenenza.

Ho pubblicato anche l’antologia di racconti Polifonia, un progetto che raccoglie una selezione dei miei racconti premiati nel corso degli anni, appartenenti a generi differenti e pensati per pubblici eterogenei. Il titolo nasce proprio da questa pluralità di voci, stili e sensibilità: una “polifonia”, appunto, in cui ogni racconto rappresenta una tonalità autonoma ma, al tempo stesso, parte di un disegno narrativo più ampio.

All’interno del volume convivono storie molto diverse tra loro, sia per atmosfera che per struttura: dal racconto intimista a quello di stampo più simbolico, fino a narrazioni rivolte anche a fasce d’età differenti, con registri che spaziano dalla semplicità evocativa alla complessità psicologica.

Questa varietà non è casuale, ma riflette una precisa idea di scrittura come esplorazione continua di punti di vista, emozioni e possibilità narrative. Polifonia diventa così un viaggio attraverso voci molteplici, in cui ogni storia è autonoma ma dialoga con le altre attraverso temi ricorrenti come la memoria, l’identità, la trasformazione e il rapporto con il tempo.

È un’opera che restituisce, nel suo insieme, l’evoluzione del mio percorso narrativo, mostrando come la scrittura possa adattarsi a forme diverse senza perdere una propria coerenza profonda.

L’intento dell’antologia è anche quello di mettere in dialogo lettori diversi, offrendo racconti capaci di parlare a sensibilità e età differenti, ma uniti da un filo comune: la volontà di indagare l’esperienza umana nelle sue molteplici sfaccettature.

Ci sono nuovi lavori o progetti che stai sviluppando?

Sì, ho diversi progetti nel cassetto, soprattutto romanzi in fase di sviluppo.

Tra questi c’è un’autobiografia e un romanzo storico dedicato alla Shoah, due lavori molto diversi tra loro ma accomunati dall’attenzione alla memoria e alle storie umane che meritano di essere raccontate.

Al momento stanno attendendo l’editore più adatto, quello in grado di valorizzarne appieno la struttura e il contenuto. Uno dei manoscritti sarà inoltre premiato a breve al concorso “Castel di Carta”, Premio Vincenzo Russo 2026, un riconoscimento che rappresenta per me uno stimolo importante a proseguire con ancora più consapevolezza il mio percorso di scrittura.

Sei anche podcaster. Di cosa parla il tuo podcast “Nadia, punto e a capo” e qual è il suo obiettivo?

Il mio podcast “Nadia, punto e a capo”, realizzato con Radio Giano Public History, è uno spazio di racconto e riflessione in cui affronto temi legati alle esperienze personali e collettive, ai cambiamenti, alle relazioni e alle dinamiche sociali e culturali del nostro tempo.

Ogni episodio invita a fermarsi, osservare e rileggere la propria storia da una prospettiva diversa, con l’idea che ogni “punto e a capo” possa rappresentare un nuovo inizio.

Attraverso monologhi e dialoghi con ospiti, il podcast esplora questioni come l’identità, i diritti, la condizione femminile, l’amore, il linguaggio e la memoria, mantenendo sempre un approccio divulgativo ma profondamente umano.

L’obiettivo è creare uno spazio di ascolto autentico, capace di stimolare consapevolezza, confronto e crescita personale, con uno stile semplice e diretto, sempre centrato sull’ascolto e sulla relazione umana.

link blog: https://sites.google.com/view/nadiamari

articolo di Ciro Tumolillo

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