di Antonio Izzo e Carla Tanzillo
Il ritorno sul grande schermo di Miranda Priestly non è stato solo un evento cinematografico, ma un vero e proprio terremoto culturale che ha scosso le fondamenta di Milano, trasformando la città nel cuore pulsante di un’operazione nostalgia proiettata nel futuro. “Il Diavolo veste Prada 2”, ambientato in una New York del 2026 alle prese con la crisi dell’editoria digitale, vede Andy Sachs rientrare trionfalmente a “Runway” non più come assistente vessata, ma come caporedattrice chiamata a salvare l’applicazione della testata dal naufragio tecnologico. Il sequel, diretto nuovamente da David Frankel, riunisce il cast originale composto da Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, inserendoli in una trama che riflette sulle trasformazioni del potere e della creatività nell’era dell’intelligenza artificiale e del politicamente corretto. Sebbene il debutto al botteghino italiano sia stato folgorante, con 14 milioni di euro incassati nel primo weekend, la pellicola ha innescato un acceso dibattito che ha travalicato i confini della critica cinematografica per investire il campo della biologia e del doppiaggio.
Molti spettatori, abituati alle voci cristallizzate nel ricordo del 2006, hanno lamentato un presunto calo qualitativo o l’uso di nuovi interpreti vocali. In realtà, la produzione ha compiuto una scelta di estrema coerenza filologica: le voci sono le stesse di vent’anni fa. Il “corto circuito” è derivato dall’inevitabile invecchiamento fisiologico delle corde vocali di giganti del doppiaggio come Maria Pia Di Meo (Miranda) e Gabriele Lavia (Nigel), i quali, superati gli ottant’anni, hanno restituito una vocalità più profonda e meno scattante, specchio fedele del tempo trascorso anche sui volti delle star hollywoodiane. Questo senso di estraneità, pur alimentando polemiche social, sottolinea l’autenticità di un’operazione che rifiuta il ringiovanimento artificiale, accettando la sfida della maturità.
Parallelamente, il film celebra un inedito asse stilistico tra Manhattan e l’Italia. Milano emerge come protagonista assoluta, elevandosi a capitale estetica attraverso una fotografia che esalta luoghi simbolici e tesori nascosti. Dalla solennità metafisica di una Galleria Vittorio Emanuele II deserta, alle sfilate ambientate nel cortile dell’Accademia di Brera, fino agli scontri verbali tra Andy e Miranda consumati nel rigore rinascimentale di Palazzo Bagatti Valsecchi, la metropoli lombarda smette di essere un fondale per farsi corpo vivo della narrazione. Il viaggio prosegue poi verso la maestosità di Villa Arconati e le atmosfere oniriche di Villa Balbiano sul Lago di Como, culminando nello sfarzo settecentesco di Palazzo Clerici. In una scena densa di significato, Miranda Priestly, di fronte alla ricostruzione millimetrica del Cenacolo vinciano, rivendica il valore insostituibile del tocco umano contro l’omologazione del virtuale, elevando la moda a baluardo di resistenza culturale.
L’impatto della pellicola è stato amplificato da una strategia di marketing esperienziale che ha letteralmente invaso le strade milanesi. In piazza Giovine Italia, un’edicola temporanea ha distribuito copie reali della rivista “Runway”, scatenando code chilometriche di appassionati e collezionisti pronti a sfoggiare look da sfilata pur di accaparrarsi un pezzo di quel mondo immaginario.
Nonostante i tempi siano cambiati e la carta stampata lotti per la sopravvivenza, l’ossessione per quel mondo patinato e crudele resta l’unica tendenza destinata a non passare mai di moda. Alla fine, che sia su carta o su un’applicazione, restiamo tutti in attesa di quel cenno del capo che decide il nostro destino, pronti a convincerci che, in fondo, “tutti vogliono questa vita”.



