di Antonio Izzo e Carla Tanzillo
Il sipario del Teatro Augusteo di via Toledo si è alzato nuovamente, restituendo alla città di Napoli e all’intero panorama teatrale italiano uno dei suoi affreschi più viscerali, autentici e necessari. Dal 10 aprile scorso, le luci del palcoscenico si sono riaccese per accogliere il ritorno di “C’era una volta… Scugnizzi”, il musical ideato, scritto e diretto dal Maestro Claudio Mattone che, a ventiquattro anni dal suo debutto assoluto nel 2002, dimostra di non aver perso un grammo della sua forza dirompente. Oggi, nel pieno di una programmazione che sta facendo registrare il tutto esaurito serata dopo serata, l’opera si conferma non solo come un successo commerciale senza precedenti, ma come un vero e proprio rito collettivo, una catarsi necessaria per un pubblico che continua a identificarsi nelle speranze e nelle sofferenze dei suoi protagonisti.
Questo ritorno sulle scene, attesissimo dopo quindici anni dall’ultima replica, segna una tappa fondamentale nella storia dello spettacolo dal vivo in Italia, ribadendo come il racconto del disagio giovanile e della lotta per il riscatto sociale nelle periferie urbane sia un tema purtroppo ancora dolorosamente universale.
La struttura narrativa del musical, pur restando fedele all’impianto originale che lo ha reso un fenomeno di massa, vibra oggi di un’energia rinnovata, capace di parlare con la stessa efficacia sia a chi lo vide vent’anni fa, sia alle nuove generazioni che si avvicinano per la prima volta a questo intramontabile racconto in musica. Al centro della vicenda resta l’eterno e drammatico dualismo tra due percorsi di vita nati dallo stesso cemento, quello dei vicoli e del carcere minorile di Nisida. La storia segue le traiettorie opposte di Saverio De Lucia e Raffaele Capasso, detto “’o Russo”: due ex compagni di cella che, una volta riconquistata la libertà, scelgono strade divergenti. Da una parte troviamo don Saverio, il prete di strada che dedica ogni respiro al recupero dei ragazzi, offrendo loro un’alternativa concreta alla spirale della violenza; dall’altra Raffaele, il malavitoso che vede nell’innocenza violata degli adolescenti solo manovalanza criminale da sfruttare per i propri traffici. È in questo scontro tra bene e male, tra la parola che salva e la morsa della criminalità, che si snoda una narrazione cruda e poetica allo stesso tempo, che culmina nel sacrificio estremo del sacerdote, un evento tragico che però innesca nei giovani un grido di ribellione collettiva e la fine del potere del boss.
Il Maestro Claudio Mattone, visibilmente emozionato per questo debutto che è stato preceduto da lunghe notti insonni e da un’insistente, quasi pressante, richiesta popolare, ha guidato uno sforzo produttivo imponente per rimettere in piedi la complessa macchina scenica. Per questa quarta edizione, Mattone ha attinto ai propri ricordi d’infanzia nel rione Vasto, trasformando l’emarginazione di una specifica realtà locale in una narrazione che trascende i confini di Napoli per parlare alle metropoli di tutto il mondo.
Uno degli elementi di maggiore interesse di questa nuova edizione è indubbiamente il cast, interamente rinnovato e selezionato attraverso estenuanti audizioni che hanno visto sfilare oltre mille aspiranti. Storicamente, “C’era una volta… Scugnizzi” è stato un trampolino di lancio eccezionale per artisti oggi celebrati come Serena Rossi, Sal Da Vinci, Massimiliano Gallo e Andrea Sannino; la scommessa odierna è quella di aver affidato questo pesante testimone a una nuova leva di giovani promesse. Sul palco dell’Augusteo brilla oggi il talento vocale di Alfonso Giorno nel ruolo complesso di don Saverio, affiancato da Ciro Salatino nei panni del tormentato antagonista Raffaele. Accanto a loro, Aurora Caso e un folto gruppo di talenti emergenti, supportati dalla partecipazione di veterani come Salvatore Catanese, danno voce e corpo a ragazzi in bilico tra la precarietà della strada e il desiderio febbrile di un futuro diverso. La freschezza degli interpreti è palpabile e contribuisce a rendere lo spettacolo un’esperienza viva, pulsante, lontana da ogni rischio di polverosa celebrazione del passato.
Dal punto di vista musicale, lo spettacolo si regge su una struttura stratificata e coraggiosa che intreccia brani storici originariamente scritti per l’omonimo film di Nanni Loy a composizioni nate in momenti diversi, ora confluite in un unico, armonico corpo teatrale. Canzoni come “Ajere” restano gli snodi fondamentali di un’opera che rivendica una totale libertà stilistica, sfuggendo a ogni etichetta e riflettendo l’anima inquieta e creativa del suo autore. Tuttavia, Mattone ha scelto di non limitarsi a una riproposizione filologica, arricchendo la partitura con l’inedito “Parlame ancora”, un brano di grande impatto emotivo che sottolinea l’urgenza del dialogo e della parola come strumenti di salvezza e di mediazione sociale. È proprio in questo eclettismo sonoro, capace di passare con disinvoltura dal lirismo più struggente alla protesta più dura, che il musical continua a trovare la linfa necessaria per raccontare una Napoli che non si arrende ai propri demoni.
Lo spettacolo, che resterà in scena al Teatro Augusteo fino al prossimo 3 maggio 2026, si conferma una vicenda senza tempo in cui il sogno di un’alternativa possibile riesce ancora a parlare al cuore di tutti, superando le barriere generazionali. La storia di questi adolescenti, costretti a una maturità precoce dalle dure leggi del marciapiede, continua a commuovere e a far riflettere, dimostrando che il teatro, quando è capace di affondare le radici nella realtà più profonda e dolorosa, diventa uno strumento insostituibile di comprensione del presente. Napoli si specchia in questi scugnizzi e vi ritrova la propria parte più fragile, ma anche quella più fiera, celebrando un ritorno che è, a tutti gli effetti, un nuovo, luminoso inizio per un’opera che non smetterà mai di essere contemporanea.



