Antonio Izzo e Carla Tanzillo
Ridurre il Festival di Sanremo a una semplice gara canora è un errore di prospettiva: da decenni l’Ariston è soprattutto un laboratorio televisivo dove il prestigio internazionale incontra, spesso con effetti collaterali imbarazzanti, l’istinto tutto italiano per il varietà. Il risultato è una galleria di momenti che oscillano tra il surreale e il tragicomico, una sorta di museo dell’imprevisto dove le star di Hollywood scoprono che il glamour può evaporare in pochi secondi di diretta. L’ultimo trauma collettivo resta quello di John Travolta, trascinato fuori dal teatro a ballare il Il Ballo del Qua Qua come un animatore da villaggio turistico smarrito nel tempo. Non molto diversa la sorte toccata a Will Smith, finito a fare da spalla al rap improvvisato di Carlo Conti, creando un cortocircuito tra il carisma del Principe di Bel Air e il rigore quasi notarile del conduttore toscano.
Il disagio delle star straniere è ormai una tradizione parallela al Festival. Nel 2011 Robert De Niro apparve all’Ariston come una statua pensante accanto a Gianni Morandi ed Elisabetta Canalis, dispensando monosillabi e silenzi che sembravano chiedere disperatamente un taxi verso il primo ristorante ligure. Qualche anno dopo Keanu Reeves si ritrovò immerso nella dimensione emotiva di Maria De Filippi, tra domande esistenziali e un bacio finale che lasciò l’interprete di The Matrix con lo sguardo di chi ha appena scoperto una nuova anomalia della simulazione. E mentre Victoria Cabello riusciva a strappare un bacio a Orlando Bloom e John Cena veniva consegnato alla comicità di Giorgio Panariello, il gelo più memorabile restava quello del tè sorseggiato da Hugh Grant con Paolo Bonolis: un tentativo di salotto britannico finito in una scena di educata incomunicabilità.
Dietro questa galleria di incidenti spettacolari si nasconde però una macchina economica impressionante. Il Festival è oggi uno dei motori più potenti dell’industria culturale italiana: l’edizione 2026 ha generato un impatto stimato di circa 252 milioni di euro, alimentato soprattutto dal mercato pubblicitario. In un panorama mediatico sempre più frammentato, Sanremo resta una delle ultime piazze televisive in cui milioni di spettatori si ritrovano contemporaneamente. Il risultato è un ecosistema in cui ogni secondo di prime time diventa un bene di lusso e ogni comparsata può trasformarsi in una strategia di marketing. Nel frattempo la città ligure vive la sua settimana di accelerazione economica: hotel pieni, servizi logistici sotto pressione, lavoratori temporanei e visitatori disposti a spendere cifre considerevoli pur di respirare l’aria dell’evento.
Eppure, l’edizione numero 76 ha mostrato qualche scricchiolio nella macchina perfetta. La conduzione di Conti è sembrata precisa come un orologio svizzero, ma anche fredda come un manuale di istruzioni. Il momento più memorabile della serata inaugurale non è stato musicale, bensì ortografico: la comparsa sul maxischermo della parola “Repupplica”, con due p, durante la celebrazione degli ottant’anni dello Stato italiano. Un refuso gigantesco, consumato davanti a milioni di spettatori e sotto lo sguardo ideale di Sergio Mattarella, che ha riassunto perfettamente il paradosso di un festival ossessionato dalla perfezione ma incapace di evitare l’errore più elementare.
Anche sul piano artistico il clima appare più prudente che creativo. Le canzoni parlano quasi tutte d’amore, spesso con una tale insistenza da trasformare il sentimento più universale del repertorio pop in una sorta di rifugio strategico. In un’epoca segnata da conflitti, polarizzazione e polemiche permanenti, raccontare cuori spezzati è decisamente meno rischioso che avventurarsi in territori sociali scivolosi. Così il Festival sembra oscillare tra due nostalgie: quella per il varietà televisivo di un tempo e quella per il tormentone perfetto da lanciare sui social. La stagione guidata da Amadeus aveva trasformato Sanremo in un evento transmediale capace di vivere tra televisione e meme. Oggi, l’impressione è che la macchina proceda più per inerzia che per slancio creativo.
Così il Festival sembra oscillare tra due nostalgie: quella per il varietà televisivo di un tempo e quella per il tormentone perfetto da lanciare sui social. Il risultato è una macchina perfettamente oliata che continua a macinare ascolti e fatturato, ma che ogni tanto lascia intravedere una domanda scomoda: se Sanremo è ancora il centro della musica italiana o soltanto il suo più spettacolare museo vivente.



