di Antonio Izzo e Carla Tanzillo
Quando chiediamo a ChatGPT di scrivere una poesia o ordiniamo al nostro smartphone di sbloccare lo schermo con il riconoscimento facciale, pensiamo di interagire con una tecnologia quasi magica. Invece, mentre la Silicon Valley celebra il futuro e il progresso, un esercito invisibile in Kenya lavora in condizioni disumane per addestrare le macchine che usiamo ogni giorno. Un reportage de Le Iene a cura di Riccardo Spagnoli e Nicola Barraco svela il costo umano nascosto dietro ogni nostra interazione digitale.
Ci raccontano che il futuro è adesso, fatto di automazione e machine learning, ma la realtà, grattata via la superficie scintillante, ha un odore molto più antico: quello del sudore e dello sfruttamento. Come rivelato dal servizio “Il costo disumano dell’intelligenza artificiale”, andato in onda l’11 gennaio 2026, il motore che fa girare l’IA non è fatto solo di codici e dati, ma di carne e ossa.
Siamo abituati a pensare che l’IA sia intelligente di per sé. Niente di più falso. Come spiega il professor Antonio A. Casilli, professore associato presso il Paris Institute of Technology, “l’IA non è in grado di distinguere un semaforo da un pedone o una mela da una pera. Se non c’è un umano che glielo insegna, l’IA, oggi, non è capace”. I sistemi di apprendimento automatico, infatti, non “capiscono” il mondo, il loro lavoro è solo frutto di calcoli statistici basati su miliardi di esempi. Perché un algoritmo riconosca una pera, qualcuno deve avergli mostrato migliaia di foto di pere, etichettandole manualmente. “È la nostra intelligenza che viene usata per costruire quella artificiale”, spiega un lavoratore. L’IA è intelligente solo perché lo sono le persone che la addestrano: non gli ingegneri da 250.000 dollari l’anno della Silicon Valley, ma una massa di lavoratori precari, studenti, disoccupati e pensionati che risiedono maggiormente nei paesi a basso reddito: Venezuela, Messico, Colombia, Bangladesh, India, Filippine, ma soprattutto Africa. In particolare, il Kenya e la sua capitale, Nairobi, sono diventate la nuova frontiera di questa manodopera a basso costo. In un paese dove un ragazzo su due è disoccupato, le Big Tech hanno trovato terreno fertile. Attraverso società di outsourcing (B.P.O.), una parte del lavoro viene delocalizzata in posti come questo.
Gli uffici a Nairobi sono descritti come “alveari” e si trovano in capannoni in stile industriale. Centinaia di postazioni, sorvegliate tramite telecamere, divieto assoluto di introdurre cellulari (lasciati negli armadietti all’ingresso) e turni massacranti che coprono le 24 ore per servire clienti in ogni fuso orario. Il silenzio è rigoroso. “Siamo gli schiavi del XXI secolo. In ufficio ci trattano come animali”, confessa una fonte anonima, coperta per timore di ritorsioni. “Se mostrassi la mia faccia, potrebbero licenziarmi”. Il lavoro consiste nell’annotazione dati: etichettare immagini, segmentare video, mappare la realtà. “Ho lavorato su carte d’identità, patenti, passaporti… Lavoro sul riconoscimento facciale, ci devo impiegare al massimo 20 secondi”, racconta un’altra lavoratrice. Un ritmo da catena di montaggio digitale.
Il contrasto economico, però, è vertiginoso. Sundar Pichai, CEO di Google, ha recentemente sottolineato come gli investimenti nell’IA siano passati da 30 a oltre 90 miliardi di dollari l’anno. Eppure, a chi rende possibile tutto questo, arrivano solo le briciole. I conti in tasca ai lavoratori kenyoti sono impietosi: Stipendio lordo: circa 190 euro al mese. Detrazioni: incluso il pranzo (che viene sottratto dalla paga, circa 20 euro), tasse e altro, il netto in tasca equivale a circa 160 euro al mese. Dividendo questa cifra per turni che spesso superano le 10 ore, il risultato è agghiacciante: 80 centesimi di euro all’ora. Lo stesso lavoro di addestramento, svolto negli Stati Uniti, viene attualmente pagato 10 dollari l’ora.
Anche il prezzo psicologico da pagare è altissimo. Per insegnare all’IA cosa non deve mostrare (violenza, pedopornografia, decapitazioni), qualcuno deve guardare quei contenuti prima di lei. Ci sono ragazzi costretti a visionare migliaia di ore di video brutali per istruire i filtri di sicurezza. “Le Big Tech sanno che, se fai questo lavoro, potresti arrivare perfino al suicidio”, rivela un intervistato. Il quadro che emerge dall’inchiesta è quello di una moderna forma di colonialismo. “È la stessa storia che abbiamo avuto con secoli di traffico di schiavi, o sfruttamento per l’agricoltura, o per i minerali”, conclude il professor Casilli. Le materie prime sono cambiate, dai diamanti ai dati, ma la dinamica resta la stessa.
“Senza questi lavoratori la tecnologia non esisterebbe, perché siamo noi quelli che fanno tutto”, afferma uno di loro e mentre quello che ci viene venduto come l’apice della civiltà moderna appare, sotto la lente dell’inchiesta, come il riflesso di vecchi fantasmi che speravamo di aver superato, la catena di montaggio digitale di Nairobi non si ferma mai, scrivendo un futuro al ritmo di 80 centesimi l’ora.
L’intelligenza artificiale avrà anche imparato a imitare i nostri volti e le nostre parole, ma sembrerebbe non aver ancora appreso il concetto di dignità. Forse perché, finora, non gli è mai stato insegnato.



