Educazione futura alla gestione dei social?
di Antonio Izzo e Carla Tanzillo
All’uscita da scuola i telefoni si riaccendono come piccole luci. Un attimo prima i ragazzi camminavano in silenzio, zaini stretti, voci basse; un attimo dopo le notifiche esplodono, i gruppi si animano, le chat riprendono a scorrere come un fiume trattenuto per ore. È in questo passaggio – tra il dentro e il fuori – che si vede davvero quanto il cellulare sia diventato parte della loro identità quotidiana.
Il tema è oggetto di crescente attenzione pubblica e istituzionale, anche alla luce delle criticità che emergono nell’uso quotidiano dei dispositivi digitali da parte degli studenti.
Nelle scuole italiane il quadro è chiaro: smartphone, smartwatch e auricolari sono vietati per tutta la giornata scolastica, dalla primaria alle superiori.
L’uso è consentito solo se il docente lo autorizza per attività didattiche specifiche, mentre le deroghe riguardano esclusivamente studenti con disabilità o DSA certificati. La scelta nasce da esigenze concrete: ridurre le distrazioni, migliorare la concentrazione, contenere episodi di cyberbullismo, restituire alla classe un clima più stabile. In Europa esistono tre modelli: divieto totale (Francia, Belgio, Grecia, Italia…), divieto parziale (Finlandia, Paesi Bassi…), autonomia delle scuole (Germania, Spagna…) per elencare solo alcuni dei paesi che applicano differenti modalità di restrizioni.
L’Italia si colloca nel gruppo più restrittivo, con una linea che punta a proteggere il tempo scolastico come spazio libero da interferenze digitali. Da qui nasce il paradosso: fuori da scuola il telefono domina così, appena i ragazzi varcano i cancelli, il divieto scolastico svanisce e il telefono torna a essere prolungamento della mano, strumento di comunicazione, identità, appartenenza.
La scuola prova a contenere, la società amplifica: vietato dentro, indispensabile fuori.
E questo crea una frattura che non può essere ignorata, così come le dinamiche sociali generate dalla distorsione nell’uso dei social. I gruppi si moltiplicano, nascono pressioni e identità digitali falsate. Il cellulare smette di essere solo un oggetto e diventa un luogo.
Nei gruppi WhatsApp di classe si formano micro-società parallele, con regole non scritte, alleanze, silenzi che pesano più delle parole.
Una foto inviata, una risposta mancata, un messaggio letto e ignorato: tutto diventa segnale, tutto comunica. La pressione del “rispondere subito” è costante.
La FOMO (Fear Of Missing Out) – la paura di essere tagliati fuori – accompagna i preadolescenti come un’ombra. Può essere definita come un’ansia sociale che li va vivere nel timore costante che gli altri stiano vivendo esperienze più gratificanti o interessanti della propria.
E sui social, tra video, filtri e storie, si costruisce un’identità digitale che spesso precede quella reale. Il risultato è una generazione che vive due vite simultanee: una fisica, regolata dalla scuola; una digitale, regolata dai social. La regola scolastica contro la cultura digitale, ma il vero nodo non è il valore del divieto scolastico che, purtroppo resta soltanto un argine, e come tale non sufficiente. Certo protegge il tempo della lezione, ma non educa all’uso consapevole.
La scuola può limitare, ma non può sostituirsi alla cultura digitale che i ragazzi respirano fuori.
Ed è qui che nasce una possibilità concreta, forse inevitabile: la scuola potrebbe introdurre una nuova materia dedicata all’uso dei social e alla cittadinanza digitale. Non sarebbe un corso tecnico, ma una alfabetizzazione del presente. Una disciplina che insegni ai ragazzi come comunicare online senza ferire o essere feriti, come leggere i segnali sociali nelle chat, come gestire i gruppi WhatsApp di classe, come proteggere la propria identità digitale, come riconoscere pressioni, manipolazioni, dinamiche tossiche, e soprattutto come gestire il tempo online distinguendo realtà e rappresentazione.
L’obiettivo, pertanto non sia un divieto, ma una competenza. Non una punizione, ma una forma di tutela. Perché se i social sono il luogo dove i ragazzi crescono, la scuola non può ignorarlo. E se il cellulare è il loro ponte con il mondo, rappresenta anche la loro trappola, una catena che la scuola prova a contenere e che la società alimenta.
E allora la domanda resta aperta: stiamo davvero proteggendo i ragazzi, o stiamo solo spostando il problema fuori dai cancelli della scuola?
*Le informazioni relative ai divieti sull’utilizzo dei telefoni cellulari nelle scuole italiane ed europee sono desunte dalle linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito e dalle rilevazioni comparative della Commissione Europea (rapporto ENESET), che monitorano le politiche digitali adottate nei sistemi scolastici dei Paesi membri.



