Un’intera vita dedicata ai suoi gatti. Nel mondo felino italiano il ricordo di Gabriella Gellio continua a vivere attraverso gli animali che ha allevato e le persone che l’hanno conosciuta
Di Antonio Izzo e Carla Tanzillo
Ci sono notizie che attraversano il mondo degli animali e lasciano un segno profondo anche in chi non conosce personalmente i protagonisti.
La morte di Gabriella Gellio, avvenuta la sera del 29 ottobre 2026 durante l’incendio della sua abitazione ad Avegno, in Liguria, è una di queste. Ex insegnante, allevatrice conosciuta nell’ambiente felino e appassionata di Maine Coon, aveva trasformato una passione coltivata per anni in un progetto di vita. Con il marito aveva lasciato Genova per vivere circondata dagli animali che amava e ai quali dedicava tempo, energie e cure.
La sera della tragedia era riuscita a mettersi in salvo. Avrebbe potuto restare fuori, attendere i soccorsi, proteggere la propria vita. Ha scelto invece di tornare dentro quella casa che stava bruciando. Dentro c’erano i suoi gatti. Secondo le ricostruzioni della stampa ligure, la maggior parte dei circa venti Maine Coon presenti nell’allevamento è stata salvata. Lei no.
Davanti a una storia simile, le parole diventano difficili.
Negli ultimi anni si è parlato molto di allevamento, spesso attraverso contrapposizioni e semplificazioni. Esistono certamente realtà che meritano controlli e condanne, ma esiste anche un’altra storia, meno rumorosa e meno visibile: quella di allevatori che dedicano tempo, risorse ed energie al benessere dei propri animali.
Chi frequenta esposizioni feline sa che dietro una cucciolata non ci sono soltanto pedigree e certificati. Ci sono notti insonni, attenzioni veterinarie, studio, sacrifici economici e soprattutto relazioni costruite giorno dopo giorno.
La vicenda di Gabriella Gellio riporta al centro proprio questo aspetto.
Nel momento più drammatico, non ha pensato a un patrimonio da difendere, ma a delle vite da salvare.
La sua storia non dimostra che tutti gli allevatori siano uguali. Sarebbe una conclusione semplicistica. Ma ricorda una verità che troppo spesso viene dimenticata: esistono allevatori che vivono il proprio percorso come una responsabilità profonda e personale.
Forse il modo migliore per ricordarla è fermarsi davanti a quel gesto estremo e riconoscere ciò che racconta: il legame che può nascere tra una persona e gli animali affidati alle sue cure.
Una relazione costruita nel tempo, nella dedizione quotidiana, nelle piccole attenzioni che raramente fanno notizia.
Un legame che, quella notte, è stato più forte della paura.
E che oggi merita rispetto, silenzio e memoria.



